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> Aborto e misericordia, la crepa nella diga

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Pubblicato da in Articoli di Radio Spada ·
Tags: abortomisericordiaPapa BergoglioMisericordia et misera
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by jeannedarc

di Massimo Micaletti
Lo so, la crepa nella diga è un'immagine abusata: ci arrivo ma andiamo con ordine, sebbene sia difficile perché il momento è sempre più confuso, queste righe le scrivo di getto e – quel che più conta – io non sono né un canonista né tantomeno un teologo, eppure in questi ambiti dovrò affacciarmi.
Misericordia et misera”, dunque. Segnatamente, il punto 12. Per quello che  il mio povero giudizio, non vi trovo a dire il vero nulla di esplicitamente sovversivo: l'aborto resta peccato grave, e la scomunica non viene tolta. Forse questa mia posizione potrà spiazzare qualcuno dei miei amici, ma è questo che penso e se scrivessi altro non sarei sincero.
La variazione non è nella gravità del male, né nella necessità del pentimento: Bergoglio scrive a chiare lettere che la madre che abbia abortito o il medico che abbia effettuato l'intervento, se vogliono l'assoluzione, devono avere “un cuore pentito che chiede di riconciliarsi col padre”.
Insomma, in termini di attacco alla retta dottrina mi pare ben più grave quanto combinato con la famosa nota 351 di Amoris Laetitia[1], colla quale in un sol colpo si demoliscono il Sacramento, la famiglia, lo stato di grazia e un paio di migliaia di anni di Tradizione.
Stiamo attenti a non valutare con metro umano quello che è sempre un tema trascendente, ossia il peccato, la Grazia, la riconciliazione: non vorrei che qualcuno fosse comprensibilmente animato dal fatto che sul piano umano l'aborto è fatto ben più ripugnante del divorzio.
La possibilità, ora, per i sacerdoti di assolvere e rimettere la scomunica è un punto di disciplina, ma non tocca, come ho detto, i requisiti fondamentali che dottrina (e retta ragione) impongono per avere il perdono di Dio. E il perdono di Dio è più forte di qualsiasi peccato, se il nostro sincero pentimento gli dà modo di dispiegarsi.
Qui però entrano in gioco almeno tre “però”, e “però”, si sa, è “un carceriere che può liberare un mostruoso assassino”.
Primo “però”, se vogliamo il più debole: l'impatto mediatico. Abbiamo sotto gli occhi come, in queste ore, i pennivendoli e le soubrette stiano confondendo e mistificando, cambiando il senso delle parole di Francesco. Viene allora da chiedersi: era proprio necessario offrire ancora una volta il fianco a queste operazioni vergognose? Non c'era già abbastanza confusione? Si potrebbe obiettare che se il Papa tacesse per paura d'essere mistificato – perché in questo caso di mistificazione si tratta – non dovrebbe parlare più.
E su questa obiezione sarei d'accordo, ma ribatterei che allora, datosi che esistono persone capaci di distorcere senza pudore il senso letterale di parole una volta tanto molto chiare, a maggior ragione andrebbero evitate definizioni indefinite e precisazioni imprecise cui questo pontificato ci ha purtroppo abituati.
Secondo “però”: i sacerdoti. Un Vescovo non è “solo” un sacerdote. Un Vescovo ha una capacità di vedere, accogliere ed ascoltare che un sacerdote potrebbe non avere: forse, non è stata la miglior cosa affidare ai sacerdoti il potere di gestire un'esperienza tanto delicata quanto il dolore di una madre che abbia abortito e che si sia pentita. Chi chiede appuntamento ad un vescovo o a un sacerdote delegato, trova solitamente una persona che ha del tempo ed una certa preparazione per affrontare una persona che ha vissuto un'esperienza a dir poco lacerante: sarà lo stesso, se per ipotesi l'interruzione di gravidanza saltasse fuori durante la frettolosa confessione nei cinque minuti prima della Messa?
Qualcuno potrebbe obiettare che una confessione non è una seduta di psicoterapia e che l'assoluzione resterebbe comunque tale ove il fedele si fosse dichiarato pentito. Può darsi, ma stiamo parlando di un episodio della vita rispetto al quale c'è un prima ed un dopo, un segno indelebile nel cuore di chi lo ha vissuto e che merita uno speciale riguardo: c'è da augurarsi che i nostri sacerdoti sappiano riservarlo. Ancor più complessa, per certi versi, potrebbe essere poi la condizione del medico abortista.
Veniamo ora al terzo e più grave “però”, che è poi quel che davvero dovrebbe preoccuparci. Ho scritto che il punto 12 di Misericordia et Misera non è sovversivo e lo ribadisco: però può essere un pessimo segnale per il futuro.
Abbiamo visto, in questi pochi decenni, come dalla ferma condanna del divorzio si sia passati al “matrimonio ordinato al bene dei coniugi[2], ai “matrimoni speciali” per il caso in cui uno degli sposi non sia credente[3], alla definizione di “irregolari” dei pubblici concubini[4], alla pastorale per i divorziati risposati, ai risposati padrini di Battesimo[5], ad Amoris Laetitia. Siamo scivolati, dapprima quasi impercettibilmente, poi con sempre maggiore velocità, nell'irrilevanza del concubinato e dell'offesa ai Sacramenti del matrimonio e dell'Eucaristia.
Pure, sul fronte dell'ecumenismo, solo per fare un altro esempio, siamo passati dai fumosi “semina Verbi” del Decreto Ad Gentes promulgato dal Concilio Vaticano II[6] (ma già definiti in Lumen Gentium) alla libertà religiosa di Dignitatis Humanae[7], al dio unico “con tanti nomi diversi”, alle preghiere interconfessionali (a chi?), finché Francesco non ha tagliato la testa al toro dicendo che il dio è lo stesso per il Corano ed il Vangelo e amen[8].
E' un disegno consapevole? Ogni passo è stato fatto verso un preciso obiettivo o è stata una serie di slittamenti dovuti al fatto che il bastione della retta dottrina era stato progressivamente scalfito ed a quel punto la rovina sarebbe sopraggiunta inevitabile? Non so rispondere, anche perché non serve: è sufficiente guardare la realtà dei fatti, degli atti, degli scritti e dei discorsi per constatare la deriva, premeditata o meno che sia.
Ecco, io temo che per l'aborto finirà così e che il punto 12 di Misericordia et misera sia il primo segno di cedimento della diga. Temo che tra vent'anni ci troveremo con una qualche noticina in calce, magari, ad un documento magisteriale sulla maternità che dirà che sì, in casi particolari e coll'accompagnamento di un sacerdote, possono fare la comunione anche le madri che hanno abortito ma non sono pentite o i medici che continuano a somministrare l'aborto. Noticina che sarà accompagnata anche allora dal raggelante silenzio di coloro che più potrebbero e dovrebbero parlare, quei Cardinali e Vescovi (o Papi emeriti pro tempore) che, salve pochissime eccezioni, hanno abbandonato al suo destino il popolo del Family Day, quando addirittura non gli hanno galantinianamente dato addosso. Sarebbe peraltro la logica  prosecuzione sul cammino eversivo iniziato colla comunione ai risposati, cammino che si fonda sull'assunto che i Sacramenti sono il presupposto del discernimento, e non, come per vero, l'inverso, ossia che bisogna essere davvero pentiti e consapevoli per accostarsi all'Eucaristia.
Torno a dire: il Papa non ha affatto “abbuonato” l'aborto. Per Misericordia et miseral'aborto è peccato grave per l'assoluzione del quale è necessario il pentimento e questo è ben chiaro, perciò a mio parere l'accanimento verso il documento in sé è forse eccessivo.
Però – però – i precedenti non lasciano per nulla tranquilli né lascia tranquilli il dato, quasi istintivo, della piena evidenza del male che c'è nella soppressione del concepito. Non mi rassicura per nulla la considerazione, che alcuni fanno, per cui l'uccisione del concepito è un fatto di malvagità ben più evidente che il divorzio, magari consensuale e senza figli.
Ripeto: il fatto che l'aborto sia la distruzione cruenta di un essere umano non mi rassicura per nulla, quanto alla percezione delle implicazioni morali da parte di questa chiesa. Una “teologia” che in nome della misericordia compulsiva e dell'accompagnamento non si fa in definitiva alcuno scrupolo nella profanazione dell'Eucaristia – ossia del Corpo di Cristo – quale riguardo potrà riservare, di qui a mezzo secolo o forse meno, al corpo dell'uomo?

[1]    Ma anche la 336.
[2]    Vigente Codice di Diritto Canonico, 1983, Can. 1055: §1. Il patto matrimoniale con cui l'uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi e alla procreazione e educazione della prole, tra i battezzati è stato elevato da Cristo Signore alla dignità di sacramento. §2. Pertanto tra i battezzati non può sussistere un valido contratto matrimoniale, che non sia per ciò stesso sacramento.
Previgente Codice di Diritto Canonico, 1917, Can. 1013: §1. Matrimonii finis primarius est procreatio atque educatio prolis; secundarius mutuum adiutorium et remedium concupiscentiae.
[3]    Codice Diritto Canonico 193, Canoni da 1124 a 1129. Anche in questo caso sono richieste diverse dispense vescovili che possono arrivare anche consentire una diversa forma del rito: c'è da temere che i prossimi “cavilli” a saltare siano questi.
[4]    Come scritto dall'allora Prefetto della Congregazione per le Dottrina della Fede Joseph Ratzinger nella lettera ai Vescovi sulla Comunione ai divorziati risposati, tento integrale su http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_14091994_rec-holy-comm-by-divorced_it.html
[8]    Tra i moltissimi, vedi https://www.youtube.com/watch?v=Oe1gl_rxFZc minuto 4:48 “Uno solo è il dio, è lo stesso. Ad alcuni ha parlato in una maniera, ad altri in un'altra”.



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