PENSUERI A VOCE BASSA - Blog - Biblioteca Neval 3

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> 1. IO CREDO IN DIO PADRE ONNIPOTENTE,

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Pubblicato da in Articoli di Guido Landolina ·
Tags: PENSUERI A VOCE BASSA
                 
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DI GUIDO LANDOLINA
OTTO BUONE RAGIONI PER CREDERE IN SOLO… OTTO 'LEZIONI',
A MENO CHE 'NON SI VOGLIA' CREDERE…
(Sesta parte di nove)
(Primo e quindici di ogni mese)
1.11.2017
1. IO CREDO IN DIO PADRE ONNIPOTENTE, CREATORE DEL CIELO E DELLA TERRA; 2. E IN GESÙ CRISTO, SUO UNICO FIGLIO, NOSTRO SIGNORE, IL QUALE FU CONCEPITO DI SPIRITO SANTO, NACQUE DA MARIA VERGINE, 3. PATÌ SOTTO PONZIO PILATO, FU CROCIFISSO, MORÌ E FU SEPOLTO; DISCESE AGLI INFERI; 4. IL TERZO GIORNO RISUSCITÒ DA MORTE; SALÌ AL CIELO, SIEDE ALLA DESTRA DI DIO PADRE ONNIPOTENTE,
5. DI LÀ HA DA VENIRE A GIUDICARE I VIVI E I MORTI
6. CREDO NELLO SPIRITO SANTO, 7. LA SANTA CHIESA CATTOLICA, LA COMUNIONE DEI SANTI, 8. LA REMISSIONE DEI PECCATI, LA RISURREZIONE DELLA CARNE, LA VITA ETERNA. COSÌ SIA.
1. IL GIUDIZIO PARTICOLARE.
1.1 Il Giudizio particolare secondo la fede cristiana.
Nel corso delle nostre riflessioni sul Credo siamo arrivati ad un punto – e non è questo un gioco di parole – che possiamo considerare di capitale importanza, insomma un problema che non è esagerato definire ‘di vita o di morte’.
Ricorderete l’episodio di uno dei due ladroni in croce - quello che viene chiamato ‘il buon ladrone’ e che, contrariamente all’altro ladrone, chiede perdono per i propri peccati a Gesù?
Gesù, anch’Egli in croce, a sua volta gli risponde: ‘In verità ti dico oggi sarai con me in paradiso.’
Si chiamava Disma – nell’Opera di Maria Valtorta che racconta anche le sue imprese… brigantesche – ed è ricordato appunto anche dalla Chiesa come San Disma.
Perché mai però – da parte di Gesù - quel suo oggi sarai con me in Paradiso’?
Lo avete già immaginato: perché Gesù poco dopo sarebbe morto sulla Croce e - ciò facendo - avrebbe adempiuto alla sua missione in Terra ottenendo da Dio Padre la Redenzione degli uomini di buona volontà, con l’apertura delle porte del Paradiso - fino ad allora serrate all’Umanità a causa del Peccato originale - anche al ladrone perfettamente pentito.
Se una costante della Dottrina cristiana è quella del Giudizio universale alla fine del mondo con la Resurrezione dei vivi e dei morti, è pure vero che il buon ladrone – per poter entrare in Paradiso quello stesso giorno – deve aver anch’egli affrontato di lì a poco, cioè dopo la sua morte, il Giudizio particolare individuale che tocca a ciascun uomo.
Nel caso di Disma il Giudizio divino avrà tenuto conto non solo del suo pentimento perfetto sulla croce ma anche di quella promessa ‘molto speciale’ fattagli dall’Uomo-Dio, anch’Egli suo compagno di Croce, dove l’Innocente perdonava quel colpevole pentito perché anche per lui Egli si era fatto crocifiggere.
Il Giudizio divino si basa sull’amore, e la destinazione di ognuno - all’inferno, in purgatorio o direttamente in Paradiso - dipende dal comportamento, in rapporto all’amore, che ciascuno di noi ha tenuto in vita, una vita che è tanto più importante perché – se ben vissuta - è fucina di preparazione alle Vera Vita dell’Aldilà: quella eterna.
E’ pur vero che si tratta di una vita fatta di tribolazioni, di difficoltà nonché di combattimento contro gli istinti peggiori del nostro ‘io’, ma proprio per questo dobbiamo amarla perché - se ben combattuta – è proprio questa vita terrena quella che ci fa guadagnare la Vita vera, eterna.
Contrariamente a quei teologi che con diverse argomentazioni respingerebbero l’idea di un giudizio immediato dopo la morte, il Magistero della Chiesa ha stabilito che le anime - subito dopo la separazione dal corpo - sono giudicate secondo i loro meriti, per cui esse entrano nella vita eterna: parte in Paradiso, parte in Purgatorio per la necessaria purificazione, parte all’Inferno.
All’anima separata dal corpo mortale – insegna sempre il Magistero – si deve attribuire una intuizione fulminea  con la quale – singolarmente illuminata dalla Grazia attraverso lo sguardo diretto del ‘Cristo-Giudice’ – essa si rende conto della propria ultima ‘scelta’ di adesione o di rifiuto del Sommo Bene…, scelta carica di una intera vita tessuta momento per momento nella corrispondenza o nella resistenza all’amore di Dio, Giudizio al quale essa non si si può sottrarre, percependo la valutazione più oggettiva, sincera ed esatta di sé con tutti i meriti e le colpe.
E’ con questo Giudizio divino – che per certi versi si può anche considerare come una sorta di ‘auto-giudizio’ – che inizia per ciascuno di noi la vita eterna, con la compiacenza per il bene operato oppure la disperazione per il male irrimediabile commesso.[1]
Il Catechismo della Chiesa cattolica (1021-1022) così presenta da parte sua il Giudizio particolare (i grassetti sono miei):
^^^^
« La morte pone fine alla vita dell'uomo come tempo aperto all'accoglienza o al rifiuto della grazia divina apparsa in Cristo.
Il Nuovo Testamento parla del giudizio principalmente nella prospettiva dell'incontro finale con Cristo alla sua seconda venuta, ma afferma anche, a più riprese, l'immediata retribuzione che, dopo la morte, sarà data a ciascuno in rapporto alle sue opere e alla sua fede.
La parabola del povero Lazzaro e la parola detta da Cristo in croce al buon ladrone così come altri testi del Nuovo Testamento parlano di una sorte ultima dell'anima che può essere diversa per le une e per le altre.
Ogni uomo fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, oppure si dannerà immediatamente per sempre.
"Alla sera della vita, saremo giudicati sull'amore".
^^^^
Avevo accennato al fatto che fra i teologi vi è una corrente di pensiero che tende a negare l’esistenza di un giudizio particolare immediato dopo la morte e – citando io il Vangelo - avevo parlato qui all’inizio dell’episodio del ‘buon ladrone’ dove le parole dettegli da Gesù lasciavano pensare ad un giudizio con una ‘retribuzione’ immediata.
Lo stesso Catechismo qui sopra citato ne fa del resto più autorevolmente cenno.
Il Catechismo accenna tuttavia anche alla parabola del povero Lazzaro[2], che quindi riportiamo in nota, dalla quale pure risulta chiaro un giudizio particolare per cui Lazzaro viene portato dagli angeli nel ‘seno di Abramo’ mentre il ricco epulone viene relegato all’inferno: quindi tutto prima del Giudizio universale.
Ma nel caso la parabola evangelica avesse lasciato ancora dei dubbi andiamo a vedere come Gesù, ne ‘L’Evangelo come mi è stato rivelato’, ce la racconta (i grassetti sono i miei):[3]
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(…)
Vi era un tempo un uomo molto ricco. Le vesti più belle erano le sue, e nei suoi abiti di porpora e di bisso si pavoneggiava nelle piazze e nella sua casa, riverito dai cittadini come il più potente del paese, e dagli amici che lo secondavano nella sua superbia per averne utile.
Le sue sale erano aperte ogni giorno in splendidi banchetti in cui la folla degli invitati, tutti ricchi, e perciò non bisognosi, si pigiavano adulando il ricco Epulone.
I suoi banchetti erano celebri per abbondanza di cibi e di vini prelibati. Ma nella stessa città vi era un mendico, un grande mendico. Grande nella sua miseria come l'altro era grande nella sua ricchezza. Ma sotto la crosta della miseria umana del mendico Lazzaro vi era celato un tesoro ancor più grande della miseria di Lazzaro e della ricchezza dell'Epulone. Ed era la santità vera di Lazzaro.
Egli non aveva mai trasgredito alla Legge, neppure sotto la spinta del bisogno, e soprattutto aveva ubbidito al precetto dell'amore verso Dio e verso il prossimo.
Egli, come sempre fanno i poveri, si accostava alle porte dei ricchi per chiedere l'obolo e non morire di fame. E andava ogni sera alla porta dell'Epulone sperando averne almeno le briciole dei pomposi banchetti che avvenivano nelle ricchissime sale. Si sdraiava sulla via, presso la porta, e paziente attendeva. Ma se l'Epulone si accorgeva di lui lo faceva scacciare, perché quel corpo coperto di piaghe, denutrito, in vesti lacere, era una vista troppo triste per i suoi convitati. L'Epulone diceva così. In realtà era perché quella vista di miseria e di bontà era un rimprovero continuo per lui.
Più pietosi di lui erano i suoi cani, ben pasciuti, dai preziosi collari, che si accostavano al povero Lazzaro e gli leccavano le piaghe, mugolando di gioia per le sue carezze, e giungevano a portargli gli avanzi delle ricche mense, per cui Lazzaro sopravviveva alla denutrizione per merito degli animali, perché per mezzo dell'uomo sarebbe morto, non concedendogli l'uomo neppure di penetrare nella sala dopo il convito per raccogliere le briciole cadute dalle mense.
Un giorno Lazzaro morì. Nessuno se ne accorse sulla terra, nessuno lo pianse. Anzi ne giubilò l'Epulone di non vedere quel giorno né poi quella miseria che egli chiamava "obbrobrio" sulla sua soglia.
Ma in Cielo se ne accorsero gli angeli. E al suo ultimo anelito, nella sua tana fredda e spoglia, erano presenti le coorti celesti, che in un folgoreggiare di luci ne raccolsero l'anima portandola con canti di osanna nel seno di Abramo.
Passò qualche tempo e morì l'Epulone.
Oh! che funerali fastosi! Tutta la città, che già sapeva della sua agonia e che si pigiava sulla piazza dove sorgeva la sua dimora per essere notata come amica del grande, per curiosità, per interesse presso gli eredi, si unì al cordoglio, e gli ululi salirono al cielo e con gli ululi del lutto le lodi bugiarde al "grande", al "benefattore", al "giusto" che era morto.
Può parola d'uomo mutare il giudizio di Dio?
Può apologia umana cancellare quanto è scritto sul libro della Vita? No, non può. Ciò che è giudicato è giudicato, e ciò che è scritto è scritto. E, nonostante i funerali solenni, l'Epulone ebbe lo spirito sepolto nell'Inferno.
Allora, in quel carcere orrendo, bevendo e mangiando fuoco e tenebre, trovando odio e torture in ogni dove e in ogni attimo di quella eternità, alzò lo sguardo al Cielo. Al Cielo che aveva visto in un bagliore di folgore, in un atomo di minuto, e la cui non dicibile bellezza gli rimaneva presente ad essere tormento fra i tormenti atroci.
E vide lassù Abramo. Lontano, ma fulgido, beato... e nel suo seno, fulgido e beato pure egli, era Lazzaro, il povero Lazzaro un tempo spregiato, repellente, misero, ed ora?... Ed ora bello della luce di Dio e della sua santità, ricco dell'amore di Dio, ammirato non dagli uomini ma dagli angeli di Dio.
Epulone gridò piangendo: "Padre Abramo, abbi pietà di me! Manda Lazzaro, poiché non posso sperare che tu stesso lo faccia, manda Lazzaro ad intingere la punta del suo dito nell'acqua e a posarla sulla mia lingua per rinfrescarla, perché io spasimo per questa fiamma che mi penetra di continuo e mi arde!
Abramo rispose: "Ricordati, figlio, che tu avesti tutti i beni in vita, mentre Lazzaro ebbe tutti i mali. E lui seppe del male fare un bene, mentre tu non sapesti dei tuoi beni fare nulla che male non fosse. Perciò è giusto che ora lui sia qui consolato e che tu soffra. Inoltre non è più possibile farlo. I santi sono sparsi sulla terra perché gli uomini di loro se ne avvantaggino. Ma quando, nonostante ogni vicinanza, l'uomo resta quello che è - nel tuo caso, un demonio - è inutile poi ricorrere ai santi.
Ora noi siamo separati. Le erbe sul campo sono mescolate. Ma una volta che sono falciate vengono separate dalle buone le malvagie. Così è di voi e di noi. Fummo insieme sulla terra e ci cacciaste, ci tormentaste in tutti i modi, ci dimenticaste, contro l'amore. Ora siamo divisi. Tra voi e noi c'è un tale abisso che quelli che vogliono passare da qui a voi non possono, né voi, che lì siete, potete valicare l'abisso tremendo per venire a noi. Epulone piangendo più forte gridò: "Almeno, o padre santo, manda, io te ne prego, manda Lazzaro a casa di mio padre. Ho cinque fratelli. Non ho mai capito l'amore neppure fra parenti. Ma ora, ora comprendo cosa è di terribile essere non amati. E, poi che qui dove io sono è l'odio, ora ho capito, per quell'atomo di tempo che vide la mia anima Iddio, cosa è l'Amore. Non voglio che i miei fratelli soffrano le mie pene. Ho terrore per loro che fanno la mia stessa vita. Oh! manda Lazzaro ad avvertirli di dove io sono, e perché ci sono, e a dire loro che l'Inferno è, ed è atroce, e che chi non ama Dio e il prossimo all'Inferno viene. Mandalo! Che in tempo provvedano, e non abbiano a venire qui, in questo luogo di eterno tormento".
Ma Abramo rispose: "I tuoi fratelli hanno Mosè ed i Profeti. Ascoltino quelli. E con gemito di anima torturata rispose l'Epulone: "Oh! padre Abramo! Farà loro più impressione un morto... Ascoltami! Abbi pietà!".
Ma Abramo disse: “Se non hanno ascoltato Mosè ed i Profeti, non crederanno nemmeno ad uno che risusciti per un'ora dai morti per dire loro parole di Verità. E d'altronde non è giusto che un beato lasci il mio seno per andare a ricevere offese dai figli del Nemico. Il tempo delle ingiurie per esso è passato. Ora è nella pace e vi sta, per ordine di Dio che vede l'inutilità di un tentativo di conversione presso coloro che non credono neppure alla parola di Dio e non la mettono in pratica”.
(…)
^^^^
Bene, inutile a questo punto che richiami la vostra attenzione i vari passi che – nella parabola - confermano il giudizio e la retribuzione immediata, buona o brutta che sia.
1.2 Il Giudizio particolare è immediato e definitivo. Non esiste possibilità di reincarnazione per potersi poi salvare in una vita successiva: è un inganno satanico!
Da tutto quanto precede deduciamo che dopo la morte vi è un giudizio con una destinazione spirituale definitiva (tranne Purgatorio e Limbo destinati a cessare al m momento del Giudizio Universale) per cui non esiste un’altra vita terrena, cioè la metempsicosi: questa teoria sulla trasmigrazione e reincarnazione delle anime in un altro corpo, come – fraintendendo - si era domandato Nicodemo in quel suo colloquio notturno con Gesù di cui parla il Vangelo di Giovanni, quando Gesù gli aveva detto che per entrare nel Regno dei Cieli bisognava ‘nascere di nuovo’, intendendo però con ciò dire che si doveva non solo rinascere nello spirito col lavacro del Suo Battesimo che avrebbe cancellato quella macchia del Peccato Originale che impediva (ed impedisce tutt’ora) l’accesso al Paradiso ma probabilmente anche rinnovarsi nello spirito modificando cioè radicalmente i propri comportamenti.[4]
La credenza sulla reincarnazione, forse derivata da altre religioni orientali, era una teoria abbastanza conosciuta del mondo pagano pre-cristiano, greco-romano – a cultura ellenistica - dove essa era stata in qualche modo accreditata anche da Platone.
Si tratta di teorie filosofiche, o anche credenze religiose nella rinascita dell’anima o dello spirito di un individuo in un altro corpo fisico di animale o di persona, del quale l’anima prenderebbe possesso dopo la sua morte terrena.
Teorie fatte proprie specialmente dall’Ottocento in poi dalle dottrine dello spiritismo moderno.
Si tratta di favole molto pericolose perché producono l’effetto di addormentare le coscienze nella illusione di una nuova vita in terra e di un cammino – di vita in vita – verso quella che, senza alcun Giudizio né particolare né universale da parte di Dio, ci sarebbe comunque una salvezza, ottenuta praticamente come una sorta di avanzamento di carriera senza merito ma per… anzianità.
Questa è infatti la dottrina dello spiritismo moderno che – aggirando la questione del Giudizio divino - sa esercitare un suo fascino perverso in così tante decine di milioni di persone, in tutto il mondo, fra gli stessi cristiani.
Il cristiano ‘relativista’ - il cristiano ‘fai da te’ - si sente in tal maniera sicuro della salvezza finale senza eccessivi sforzi quali invece vengono richiesti al cristiano vero che, per salvarsi, deve ‘volersi salvare’ usando violenza a se stesso per contrastare il proprio ‘io’ snaturato dalle conseguenze del Peccato originale nonché combattere contro le tentazioni del ‘mondo’.
Secondo la dottrina dello spiritismo, ogni volta che l'anima abbandona il corpo morto dell'uomo in cui abitava, deciderebbe - facendo una specie di esame di coscienza su quella che è stata la sua condotta nella vita appena terminata - come dovrà ulteriormente perfezionarsi nella vita successiva, e quindi l’anima stabilisce per conto proprio dove preferisce andare a rinascere: ad esempio in una famiglia ricca, o povera, in un paese o in un altro, quando magari continuare ad incarnarsi nell'ambito del proprio stesso gruppo famigliare: futuri nipoti, pronipoti etc., al fine di poterli ‘aiutare’, o aiutare anche - ad esempio - i propri genitori che si sarebbero a loro volta incarnati in nipoti, pronipoti, etc. etc..
La ‘dottrina’ spiritista sulla reincarnazione sostiene che tutte le anime sono destinate ad andare in Cielo, una volta che - di trasmigrazione in trasmigrazione - esse si siano 'purificate', perché Dio è in ogni caso 'buono' per definizione e non ci può quindi tenere responsabili per i peccati che dipendono dalla natura umana, quella stessa natura che 'lui' stesso, in fin dei conti, ci ha dato...
Se quindi un'anima non riesce a purificarsi in una vita, lo potrà fare comunque nelle vite successive.
La via mostrataci da Gesù è invece stretta ed erta, ma è una strada che - percorsa con un poco di attenzione e buona volontà - porta in realtà alla vera sicura salvezza.
1.3 La sensazione di aver già vissuto - in una vita precedente - determinate situazioni che viviamo nella vita attuale: i ‘ricordi’ delle anime di quanto antevisto nell’attimo creativo.
Il Giudizio immediato particolare da parte di Dio, il quale poi destina l’anima alla sua sorte fausta od infausta in base a come si è comportata nella vita terrena, è dunque fondamentale per confutare la dottrina della reincarnazione che nega tale Giudizio definitivo sull’anima.
Tale dottrina – ora, come due millenni fa - si basa talvolta su quello che viene definito come il ‘ricordo’ di una vita precedente, sensazione che umanamente si può provare quando una persona ha l’impressione di aver già vissuto una determinata esperienza personale o di aver visto un determinato luogo o conosciuto da qualche parte una certa persona.
L’argomento di questi ‘ricordi’ è un argomento molto interessante che emerge da una visione di Maria Valtorta descritta ne ‘L’Evangelo come mi è stato rivelato’.
Il gruppo apostolico - composto in quell'occasione dagli apostoli ma anche dal seguito delle 'donne' di famiglia, parenti degli apostoli, nonché da alcune discepole che i Vangeli ci mostreranno poi sulla salita del Calvario ed al momento della Resurrezione di Gesù - è in marcia dopo essersi aggregato per ragioni di sicurezza ad una carovana.
E' una fresca sera di ottobre e la carovana, composta da tanti uomini e cammelli, si ferma per la notte presso un gruppo di case, vicino ad una fonte, mentre apostoli e donne - fra le quali anche Maria, la Mamma di Gesù - si ritirano al riparo in una grossa stanza fumosa messa a loro disposizione.
Del gruppo fa parte Sintica, una greca bella, giovane e colta che - pagana e schiava di un romano – era fuggita ed era stata accolta e nascosta nel gruppo apostolico facendosi poi 'discepola' e unendosi in quel viaggio al seguito di Gesù.
Come per Claudia Procula, la moglie di Pilato alla quale Gesù aveva tenuto in una certa casuale occasione una specifica ‘catechesi’ sull’anima e sulla sua sorte dopo la morte del corpo, anche per Sintica l'apprendere di avere un'anima spirituale immortale era stata una sorpresa entusiasmante.
I discorsi nello stanzone si intrecciano mentre si commentano anche gli insegnamenti di Gesù impartiti - dialogando - durante il viaggio a piedi della giornata.
Un argomento fra quelli discussi è appunto quello dell’insegnamento dato da Gesù sul fatto che le anime - una volta infuse da Dio nell’Aldiqua nel concepimento umano – pur rimanendo ‘smemorate’ (a causa della macchia che subito le segna) conservano inconsciamente un ricordo confuso acquisito nell’attimo infinitesimale della creazione, insomma ricordano qualcosa su quanto hanno visto mentre erano nell’eterno presente di Dio…
Sintica - che vorrebbe saperne di più e continua a porre domande - si chiede allora se il fatto, comune a molte persone, di 'ricordare' talvolta certi episodi come se li avessero già vissuti, non abbia qualcosa a che vedere con la teoria della reincarnazione creduta da molti pagani.
Allora Gesù – adattando la sua spiegazione e linguaggio alla cultura di una pagana -  le dice in un bel dialogo[5]:
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(…)
«...Ascolta. Non devi credere che, perché gli spiriti hanno spontanei ricordi di Verità, sia dimostrato che noi si vive più vite. Ormai sai già abbastanza per sapere come fu creato l'uomo, come l'uomo peccò, come fu punito.
Ti è stato spiegato come nell'animale-uomo da Dio sia incorporata un'anima singola.
Questa è creata di volta in volta e non mai più usata per successive incarnazioni.
Questa certezza dovrebbe annullare la mia asserzione sui ricordi delle anime.
Dovrebbe per qualunque altro essere che non fosse l'uomo, dotato di un'anima fatta da Dio.
L'animale non può ricordare nulla, nascendo una volta sola.
L'uomo può ricordare, pur nascendo una volta sola.
Ricordare con la sua parte migliore: l'anima.
Da dove viene l'anima? Ogni anima d'uomo? Da Dio.
Chi è Dio? Lo Spirito intelligentissimo, potentissimo, perfetto.
Questa mirabile cosa che è l'anima, cosa da Dio creata per dare all'uomo la sua immagine e somiglianza come segno indiscutibile della sua Paternità Ss., risente delle doti proprie di Colui che la crea.
E’ dunque intelligente, spirituale, libera, immortale, come il Padre che l'ha creata.
Essa esce perfetta dal Pensiero divino e nell'attimo della sua creazione essa è uguale, per un millesimo di attimo, a quella del primo uomo: una perfezione che comprende la Verità per dono gratis dato.
Un millesimo di attimo. Poi, formata che sia, è lesionata dalla colpa d'origine. Per farti capire meglio dirò che è come se Dio fosse gravido dell'anima che crea e che il creato, nel nascere, venisse ferito da un segno incancellabile. Mi comprendi?».
« Sì. Finché è pensata, è perfetta. Un millesimo d'attimo, questo pensiero creante. Poi, il pensiero tradotto in fatto, il fatto è soggetto alla legge provocata dalla Colpa ».
«Bene hai risposto. L'anima si incarna perciò così nel corpo umano, portando seco, quale gemma segreta nel mistero del suo essere spirituale, il ricordo dell'Essere Creatore, ossia della Verità. Il bimbo nasce. Può essere un buono, un ottimo come un perfido. Tutto può divenire, perché è libero di volere.
Sui suoi 'ricordi' getta le luci il ministero angelico e le tenebre l'insidiatore.
A seconda che l'uomo appetisce alle luci, e perciò anche a virtù sempre più grande, facendo l'anima signora del suo essere, ecco che si aumenta in lei la facoltà di ricordare, come se sempre più la virtù assottigliasse la parete che si frappone fra l'anima e Dio.
Ecco perché i virtuosi di ogni paese sentono la Verità, non perfettamente, perché ottusi da contrarie dottrine o da ignoranze letali, ma sufficientemente per dare pagine di formazione morale ai popoli ai quali appartengono. Hai compreso? Sei persuasa? ».
« Sì. Concludendo: la religione delle virtù praticate eroicamente predispone l'anima alla Religione vera e alla conoscenza di Dio ».
« Proprio così. E ora vai al riposo e sii benedetta. E tu pure, Mamma; e voi, sorelle e discepole. La pace di Dio sul vostro riposo ».
^^^^
Fin qui Gesù…, ma San Paolo – anche se nelle sue Epistole parla un poco ‘difficile’- è invece ‘chiarissimo’ quando parla ‘fuori dai denti’ e pepatamente alla nostra mistica a proposito della reincarnazione.
Infatti egli spiega in un Dettato a Maria Valtorta nel gennaio del 1944 (i grassetti sono miei):[6]
^^^^
« Gli antichi pagani ai quali io spezzavo il pane della Fede sembrano essere tuttora vivi, anzi essere ritornati, secondo la vostra credenza, a reincarnarsi con le loro antiche teorie riguardo alla risurrezione e alla seconda vita, tanto tuttora, e più che mai ora, dopo venti secoli di predicazione evangelica, è incarnata e incarnita nella vostra mente la teoria della reincarnazione.
Unica cosa che si reincarni, questa vostra teoria che rifiorisce come una muffa ad epoche alterne di oscuramento spirituale. Poiché, sappiatelo, o voi che vi credete i più evoluti nello spirito, questo è il segno di un tramonto e non di un’aurora dello spirito.
Tanto più basso è il Sole di Dio nei vostri spiriti e tanto più nell’ombra che sale si formano larve e stagnano febbri e pullulano i portatori di morte e germinano le spore che intaccano, corrodono, assorbono, distruggono la vita dello spirito vostro, come in boschi iperborei dove di sei mesi è lunga la notte e fa delle boscaglie, piene di vita vegetale e animale, delle morte zone simili a quelle di un mondo spento.
Stolti! I morti non ritornano. Con nessun nuovo corpo.
Non vi è che una risurrezione: quella finale.
Non siete, no, non siete, voi fatti ad immagine e somiglianza di Dio, dei semi che per ciclo alterno spuntano e si fanno stelo, fiore, frutto, seme e, da seme, stelo, fiore, frutto.
Voi siete uomini, non erbe del campo. Voi siete destinati al Cielo non alla stalla del giumento.
Voi possedete lo spirito di Dio, quello spirito che Dio vi infonde per continua sua generazione spirituale che è in rispondenza alla generazione umana di una nuova carne.
E che credete voi? Che Dio, l’onnipotente, illimitato, eterno Iddio nostro, abbia un limite nel suo generare?
Un limite che gli imponga di creare un dato numero di spiriti e non più, di modo che per continuare la vita degli uomini sulla terra, come commesso da emporio, debba andare agli scaffali e cercare fra gli ivi ammassati spiriti quello da riusare per quella data merce; o, meglio ancora, credete che Egli sia come uno scriba il quale riesuma una data pratica e cerchi un dato rotolo perché è venuta l’ora di riusarlo a dar voce ad un evento?
O stolti, stolti, stolti! Voi non siete merci, pergamene o semi. Voi siete uomini.
Il corpo, come seme, cade, finito il suo ciclo, nella corruzione della fossa.
Lo spirito torna alla sua Fonte per essere giudicato se è vivo o putrido quanto la carne, e a seconda del suo essere va al suo destino. Né più da quello esce altro che per chiamare ciò che fu suo ad una unica risurrezione, in cui chi fu putrido in vita putrido perfetto diviene in eterno, con quello spirito corrotto e quella corrotta carne che nella loro unica, sola, non ripetibile vita, ebbero; e chi fu “giusto” in vita risorge glorioso, incorruttibile, elevando la sua carne alla gloria del suo spirito glorioso, spiritualizzandola, divinizzandola, poiché per essa e con essa ha vinto ed è giusto che con essa trionfi.
Qui siete animali ragionevoli per lo spirito che possedete e che consegue la vita anche per la carne che esso vince.
Nell’altra vita sarete spiriti vivificanti la carne che ha conseguito vittoria rimanendo soggetta allo spirito. Prima viene sempre la natura animale.
Ecco l’evoluzione vera. Ma è unica.
Poi dalla natura animale, che ha saputo, per la triplice virtù, rendere leggera se stessa, viene la natura spirituale.
A seconda che vivete in questa vita, tali sarete nella seconda.
Se in voi ha predominato ciò che è celeste, conoscerete la natura di Dio in voi e possederete tale natura poiché Dio sarà il vostro eterno possesso.
Se avrete avuto predominio terrestre, oltre la morte conoscerete l’opacità, la morte, il gelo, l’orrore, la tenebra, tutto ciò che è comune al corpo che viene calato nella fossa; con questa differenza: che la durata di questa seconda, vera morte, è eterna.
Eredi di Dio per volere di Dio, non vogliate, o fratelli, perdere questa eredità per seguire carne e sangue ed errore della mente.
Io pure errai e fui contrario alla Verità, fui persecutore del Cristo. Il mio peccato m’è sempre presente, anche nella gloria di questo regno le cui porte me l’apersero il mio pentimento, la mia fede, il mio martirio per confessare Cristo e la vita immortale. Ma quando la Luce mi atterrò, facendosi conoscere, io abbandonai l’errore per seguire la Luce.
A voi la Luce si è fatta conoscere attraverso a venti secoli di prodigi, innegabili anche al più feroce negatore e al più ostinato. Perché dunque volete, voi fortunati che avete per testimonianza di essa Luce venti secoli di divine manifestazioni, perché volete voi rimanere nell’errore?
Io, testimonio di Cristo, ve lo giuro. Non la carne né il sangue possono ereditare il regno di Dio, ma unicamente lo spirito. E, come è detto nel Vangelo di Gesù Signore nostro, non sono i figli di questo secolo - intendete, o fratelli, che qui “secolo” sta a significare coloro che sono nel mondo, ossia i terrestri - quelli destinati a risorgere ed a risposarsi avendo una seconda vita terrena.
Solo risorgeranno coloro che sono degni del secondo secolo, dell’eterno, quelli cioè che non potranno più morire essendo già vissuti, ma che, per avere conseguito la vita spirituale ed essere divenuti simili agli angeli e figli dell’Altissimo, non hanno più fame di nozze umane, desiderando col loro spirito un solo coniugio: quello con Dio-Amore; un solo possesso: quello di Dio; una sola dimora: quella del Cielo; una sola vita: quella nella Vita.
Amen, amen, amen!
Dico a voi: credete per conseguirla.»
^^^^
E dopo aver ascoltato e scritto quanto sopra, così Maria Valtorta lo commenta:
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E così è venuto anche S. Paolo. Alla grazia! Che uragano! Non mi stupisco che abbia travolto, sotto la veemenza della sua parola, anche gli ateniesi abituati ai loro oratori! Se Giovanni è sospiro di vento profumato di cielo, Paolo è ciclone carico di tutti gli elementi atti a piegare le più proterve cime.
Credo che il ciclo sia chiuso. E se tutto questo concerto di note non penetra in loro (……) non so cosa più potrà penetrare. Avevo desiderato un dettato in merito da mesi e mesi. Ho atteso. Ma ne ho avuti sette e, se io fossi al posto di taluni, mi parrebbe d’essere come un topo in trappola o uccello nella rete. L’evidenza mi stringerebbe da tutti i lati.
Che proprio parlasse anche S. Paolo non me l’aspettavo.
Ora ho le spalle rotte e mi riposo guardando con l’anima la Divina Colomba d’oro e sentendo Maria al mio fianco. La sua parola mattutina mi continua a cantare in cuore.
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La prossima riflessione sulla nostra quinta affermazione del Credo sarà dedicata a:
2. GIUDIZIO DIVINO SUI CRISTIANI E SUI PAGANI NON BATTEZZATI.

2. GIUDIZIO DIVINO SUI CRISTIANI E SUI PAGANI NON BATTEZZATI.
2.1 Non giudicare il prossimo se non si vuole essere ‘giudicati’ più severamente da Gesù.
Il Credo dice dunque che Gesù Cristo – dopo essere salito al Cielo dove siede alla destra di Dio Padre Onnipotente -  verrà a giudicare i vivi e i morti.
Mentre il primo giudizio alla morte del corpo – lo abbiamo visto nel capitolo precedente - è individuale e solo sullo spirito, il secondo giudizio universale riguarderà invece anche la ‘carne, ed è collettivo e solenne, sia nel Bene che nel Male.
Il giudizio particolare è dunque l’anteprima di quello finale.
In entrambi i casi – come si evince anche dalla parabola del povero Lazzaro e del ricco Epulone - saremo comunque giudicati sull’Amore che avremo saputo manifestare in vita.
Amore verso Dio e – di conseguenza – verso il prossimo, due comandamenti nei quali è racchiusa tutta la Legge mosaica e la dottrina di Gesù.
Approfondiamo dunque la riflessione sul Giudizio perché il ‘metro’ di quello particolare non sarà diverso da quello collettivo, venendo noi giudicati – già al momento della nostra morte - in maniera irreversibile.
Per non essere ‘giudicati’ più severamente da Gesù è però innanzitutto necessario cominciare con il non giudicare il prossimo.
Nel primo versetto del Cap. 2 della sua Epistola ai Romani[7], San Paolo aveva invitato gli uomini a guardarsi bene dal giudicare le colpe altrui se poi - sapendo che di colpe si tratta, e soprattutto molto gravi - essi commettono le stesse colpe.
Infatti, questo voler giudicare gli altri quando poi ci si rende responsabili delle stesse colpe è a sua volta una colpa ancora maggiore che ci rende – come dice San Paolo - 'inescusabili' agli occhi di Dio perché si erra in piena coscienza e ci si comporta inoltre da ipocriti che si prendono gioco del Signore.
Ecco però – sempre a proposito di Giudizio di Dio - come lo Spirito Santo, in un Dettato[8] alla mistica Valtorta - commenta i successivi versetti 2, 2-8 già trascritti in nota dell’Epistola ai Romani di San Paolo (i grassetti sono miei):
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11-1-48
Ai Romani, cap. II, v. 2 sino all'8°.
Dice il Ss. Autore:
«Il giudizio di Dio è secondo verità. Sia per chi è reprobo, come per chi è tiepido, come per chi arde di purissimo amore sino al sacrificio.
Non il censo, o la veste, o la condizione, o la posizione, altereranno il giudizio di Dio.
Non lo confonderanno i ripieghi e gli scenari messi ad ingannare gli uomini, non le ipocrisie, non gli impuri atti di bontà, di fede, di onestà, di amore.
Le parole del Maestro sono sempre vive e giuste, sia quando dicono: "Non soltanto chi dice 'Signore, Signore' entrerà nel regno dei Cieli"[9], come quando fa il parallelo fra il pubblicano e il fariseo[10], sia quando dà il mirabile codice della Nuova Legge col discorso della montagna.[11]
Non c'è mutazione di legge per mutar dei tempi.
E non ci sarà diversità di giudizio, perché sempre secondo verità e giustizia Dio giudicherà.
E più ancora sarà giudicato colui che è deputato a giudicare o si arroga il diritto di farlo.
Più giudicato, perché più sarà chiesto a chi più ha conosciuto della Legge.
E più giudicato perché è detto: "Non giudicate per non essere giudicati" [12].
Siate piccoli! Siate piccoli, o voi che Io amo. Se lo sarete, Io vi insegnerò la Sapienza. Ve la insegnerò col mio amore. Perché, sappiatelo, la Sapienza si impara più per amore che per istruzione. Io che vi amo, voi che mi amate, siamo lume a capire le parole della Sapienza, che senza luce d'amore, ma per sola coltura, restano oscure in tutto o in parte.
Per questo mai finirà di gridare l'Amore: "E' per la carità che avrete salute e pace"[13]. Poiché chi ha carità non disprezza le ricchezze della bontà divina, della sua pazienza e tolleranza; chi ha carità ama la penitenza, non giudica, non condanna, non dà scandalo, non diviene tiepido o freddo, o sozzo di corruzione.
Chi ha carità disarma il cuore di Dio anche per quanto gli avviene di colpevolezza.
Dio perdona a chi lo ama e gli piange in grembo, e non solo darà a ciascuno secondo le opere, sempre imperfette, dell'uomo, ma tenendo conto del suo amore che sovente è più grande della sua capacità di far bene.
Anche il desiderio di perfezione sarà calcolato, quando sarà un desiderio attivo, ossia un vero desiderio che non si compie perfettamente soltanto perché la creatura non ha la capacità di compierlo.
Dio vede. Realmente vede. E vede come può vedere Iddio perfettissimo: con perfezione che non si ferma alle apparenze. E con perfezione giudica dopo paziente attesa.»
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Mettendo a fuoco e rielaborando i concetti.
Dio giudica secondo verità i buoni, i tiepidi e i cattivi. E giudica senza alcun riguardo alle apparenze e allo stato sociale delle persone e nemmeno - scrutando Egli i cuori - si lascia ingannare dalle ipocrisie degli uomini.
Il suo giudizio inoltre non cambia, perché la Legge divina - proprio in quanto divina - è una verità che ha valore assoluto ed è quindi immutabile anche se in particolari momenti della storia umana dovessero mutare abitudini sociali e ‘valori’.
Il nostro giudizio nei confronti del prossimo è dunque sostanzialmente una mancanza di misericordia ed è dunque bene non giudicare, se poi non si vuole essere a propria volta giudicati da Dio con analoga mancanza di misericordia.
Inoltre saranno giudicati da Dio ancor più severamente coloro che - in questa vita - hanno il compito di giudicare gli altri o che si arrogano il diritto di farlo.
Grande è ad esempio la responsabilità dei Giudici i quali – in terra – dovrebbero avere il delicatissimo compito di surrogare – ma con vera giustizia - la Giustizia divina.
Non bisogna inoltre giudicare il prossimo perché bisogna sapere essere 'piccoli', cioè umili, perché è nell'umiltà che sta l'Amore e quindi la Sapienza.
Peraltro chi sa amare 'disarma' Dio che, a quel punto, è disposto a perdonare anche le sue colpe. In tal caso, infatti, Dio non solo ricompenserà l'uomo che dimostra di amare fattivamente attraverso le proprie opere, che sarebbero comunque imperfette, ma - tenendo conto del suo amore che è più grande della sua capacità di fare il bene - Dio, più che della capacità dell'uomo di fare il bene, terrà conto del suo desiderio attivo di farlo.
Ciò, appunto, perché Dio - come detto all'inizio - non si lascia ingannare dalle apparenze e, anche dopo una paziente attesa per dare tempo all’uomo di pentirsi, sa giudicare con perfezione.
Lo Spirito Santo ci dice che non dobbiamo giudicare anche perché l'uomo è imperfetto: infatti egli - pur conoscendosi - non sa giudicare se stesso perché si giudica sempre migliore di quanto non sia, e figuriamoci allora se sa giudicare gli altri che non conosce, basandosi per di più sulle apparenze se non sui propri pregiudizi.
Il giudizio - in questa situazione – non solo quasi mai è perfetto ma praticamente non è mai caritatevole.
Esso si traduce quindi in una mancanza d'amore, e dove manca l'Amore non c'è Dio e - nello spazio lasciato libero - subentra l'Altro.
Gesù - pur essendo Uomo-Dio - era umile e nel suo Discorso della Montagna aveva elogiato i 'mansueti'.
Chi non giudica è sostanzialmente umile, e quindi ama perché – come già sopra detto - dove c'è umiltà c'è amore.
Chi, seguendo l’impulso del proprio ‘io’ animale, vorrebbe giudicare ma rinuncia a farlo per non contravvenire all'amore, compie dunque un atto di violenza nei confronti del proprio 'io' che invece vorrebbe soddisfare la propria 'passione', conseguenza del Peccato originale.
Pertanto, se l’uomo umile che ama in maniera 'naturale' è un 'mansueto' - e in quanto tale è un prediletto da Dio - chi per propria natura non lo sarebbe - ma fa invece violenza a se stesso - è un 'forte', ed è con la violenza al proprio ‘io’ - ci ha insegnato Gesù - che si conquista il Regno dei Cieli.
Anche questa autoviolenza è un atto di amore perché - esercitata contro le proprie pulsioni più profonde - si traduce in una sorta di autoflagellazione: in sostanza in un piccolo 'martirio'.
Sempre però a proposito del ‘non giudicare’, ricordo tuttavia anche un altro brano valtortiano dove questa volta ad accennare a questo tema è Gesù.
Egli, sempre in viaggio con gli apostoli per evangelizzare, fa sosta in un borgo vicino alla cittadina di Ippo, sul Lago di Galilea (Tiberiade/Genezareth).
Egli compie tanti miracoli di guarigione e gli abitanti lo ascoltano, ospitano lui e gli apostoli rimanendo entusiasti per i suoi insegnamenti.
Gesù tiene anche un discorso molto importante sulla famiglia, sul ruolo e comportamento dell’uomo verso la moglie e viceversa, sulla stessa sessualità nel matrimonio ed infine sui doveri verso i figli.
Quindi chiede il permesso agli astanti di dire una cosa non pertinente al discorso in generale ma che è utile che tutti tengano comunque presente.
Cito qui solo questo piccolo brano che – anche se non era strettamente ‘pertinente’ al discorso sulla famiglia che Gesù stava facendo, lo invece è per il discorso che ‘noi’ stiamo facendo sul ‘non giudicare’: [14]
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(…)
«…Vegliare sui figli e sulle figlie, amorosamente correggere, sorreggere, far meditare, e tutto senza preferenze; perché i figli sono tutti nati da un seme e da un seno e, se è naturale che siano benvoluti, per la gioia che danno, i figli buoni, è anche doveroso che siano amati, anche se di un amor doloroso, i figli non buoni, ricordando che l'uomo non deve essere più severo di Dio, il quale ama non solo i buoni ma anche i non buoni, e li ama per vedere di farli buoni, di dare loro modo e tempo a divenirlo, e sopporta fino alla morte dell'uomo, riservandosi di essere giusto Giudice quando l'uomo non può più riparare.
E qui lasciate che Io vi dica una cosa che non è inerente al discorso, ma che è utile che voi abbiate presente.
Molte volte, troppe, si sente dire che i malvagi hanno più gioia dei buoni e che ciò non è giusto. Prima di tutto vi dico: "Non giudicate le apparenze e ciò che non conoscete".
Le apparenze sono sovente fallaci e il giudizio di Dio è occulto sulla Terra. Conoscerete dall'altra parte, e vedrete che il transitorio benessere del malvagio fu concesso come mezzo per attirarlo al Bene e come sconto di quel poco di bene che anche il più malvagio può fare.
Ma, quando vedrete le cose nella luce giusta dell'altra vita, vedrete che, più breve della vita del filo d'erba nato a primavera nel greto di un torrente che l'estate dissecca, è il tempo di gioia del peccatore, mentre un solo attimo di gloria nel Cielo è, per la gioia che comunica allo spirito che ne gode, più vasto della più trionfale vita di uomo che mai sia stata.
Non invidiate perciò la prosperità del malvagio, ma cercate, con buona volontà, di giungere a possedere il tesoro eterno del giusto.»
(…)
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2.2 I differenti criteri del Giudizio divino.
Gesù – lo abbiamo già detto - insegnava a Nicodemo che per ottenere il Regno dei Cieli (Battesimo a parte) bisognava ‘rinascere di nuovo’.
Reincarnazione? No, Gesù intendeva: rinascere nello spirito, combattendo appunto contro il proprio io, perché Dio – a partire dal Nuovo Testamento - non vuole più sacrifici di messi o di vittime animali ma l'immolazione del proprio 'io'.
Amando Dio con il rispettare i suoi dieci comandamenti, anziché abbandonarci ai nostri impulsi peggiori, siamo così noi stessi che - combattendo contro il nostro 'io' - ci offriamo vittime sull'altare di Dio riscattando in tal modo i nostri peccati.
Il primo esempio ce lo ha dato proprio Gesù che - Uomo-Dio - si è offerto alla Croce quale Vittima Innocente, per ottenere in riscatto dal Padre la Redenzione dell'Umanità con la riapertura delle porte del Paradiso agli uomini di buona volontà.
Dobbiamo dunque rinunciare a giudicare, respingendo persino la tentazione mentale, lasciando ogni giudizio a Dio.
A noi pare che spesso Egli non intervenga per punire i 'cattivi', ma in realtà Egli – come già accennato e qui lo ripeto - concede solo tempo, il tempo di pentirsi - perché Egli vorrebbe tutti salvi - salvo poi venire a giudicare in occasione del Giudizio particolare.
Nel Giudizio, Dio terrà misericordiosamente conto delle ‘attenuanti’, perché la Misericordia è uno dei suoi attributi ma - anche se Dio è Amore - Egli è anche Giustizia, e il venir meno alla Giustizia per un eccesso di Misericordia sarebbe un far torto, e quindi una mancanza di amore, nei confronti di chi con sacrificio si è comportato in vita da giusto.
Il tema del Giudizio divino – e quindi della condanna o del perdono - è tuttavia troppo importante e vitale per ‘liquidarlo’ con pochi concetti. Ci riguarda personalmente, in esso è contenuto il nostro destino eterno.
E’ per questa ragione che l’ispirato San Paolo, sempre nella sua lettera ai Romani, vi dedica particolare rilievo.[15]
San Paolo è uno ‘scrittore’ non facile da capire, piuttosto ‘ermetico', e per poterlo comprendere meglio è necessaria una certa preparazione e conoscenza non solo della Dottrina cristiana ma anche del vero significato dei termini che usa, pena il rischio di incorrere in malintesi.
Egli, in origine allievo rabbinico di grande preparazione teologica e filosofica, ha saputo illustrare talmente bene la Dottrina cristiana al punto che taluni asseriscono essere stato lui il vero 'fondatore' del Cristianesimo.
Si tratta di una assurdità detta da persone che in molti casi si propongono di denigrare Gesù Cristo mettendolo un gradino sotto San Paolo e ridimensionando così la figura di Gesù-Uomo-Dio a quella di un semplice ‘uomo’, anche se, ‘magnanimamente’, costoro gli danno atto di essere stato un grande ‘saggio’…
Si tratta in realtà dello stesso tipo di persone – di norma ‘teologi’ modernisti - che hanno anche poi messo in dubbio che Gesù sia mai storicamente esistito o asserendo che - se esistito –Egli sia stato idealizzato e 'fatto Dio' - magari anche in buona fede - dai suoi primi ‘fanatici’ seguaci.
Lo scopo finale è insomma quello di ridurre la Religione cristiana a una dimensione umana e non più divina e quindi una religione più o meno come le altre, anche se magari - loro benevola concessione… - si può riconoscere che essa è la più 'evoluta', sottintendendo con questo termine una visuale evoluzionista per indicare che anche il Cristianesimo è una religione del tutto umana destinata ad ‘evolversi’ con l’evoluzione dei costumi della società.
Lo Spirito Santo, parlando del Giudizio di Dio, e commentando il brano della lettera ai Romani di San Paolo citata prima in nota, dice:[16]
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Lezione 9
16 gennaio 1948
Ai Romani, cap. II, v. 12. Dice il Ss. Autore:
«La grande misericordia di Dio risplende ancor più luminosamente infinita nelle parole di Paolo che, ispirato, proclama come unicamente coloro che non riconoscono nessuna legge - né naturale, né soprannaturale, né ragionevole - periranno, mentre quelli che hanno conosciuto la Legge e non l'hanno praticata, dalla stessa Legge, che salva, saranno condannati; e ancora: che i Gentili, che non hanno la Legge, ma naturalmente e ragionevolmente fanno ciò che la Legge a loro sconosciuta prescrive - dandosi, per solo lume di ragione, rettezza di cuore, ubbidienza alle voci dello Spirito, sconosciuto ma presente, unico maestro al loro spirito di buona volontà, ubbidienza a quelle ispirazioni che essi seguono perché la loro virtù le ama, e non sanno di servire inconsapevolmente Dio - che questi Gentili, che mostrano con le loro azioni che la Legge è scritta nel loro cuore virtuoso, nel giorno del Giudizio saranno giustificati.
Osserviamo queste tre grandi categorie, nel giudizio divino delle quali risplendono misericordia e giustizia perfette.
Coloro che non riconoscono nessuna legge né naturale, né umana, e perciò ragionevole, né sovrumana.
Chi sono? I selvaggi?
No. Sono i luciferi della Terra. E il loro numero cresce sempre più col passare dei tempi, nonostante che civiltà e diffusione del Vangelo, predicazione inesausta di esso, dovrebbero far sempre più esiguo il loro numero. Ma pace, ma giustizia, ma luce, sono promesse agli uomini di buona volontà[17]. Ed essi sono di mala volontà.
Sono i ribelli ad ogni legge, anche a quella naturale. Perciò inferiori ai bruti.
Rinnegano volontariamente la loro natura di uomo: essere ragionevole dotato di mente e di anima. Fanno cose contro natura e contro ragione. Non meritano più che di perire di fra il numero degli uomini che son creati a immagine e somiglianza di Dio[18], e periranno da come uomini per prendere la loro voluta natura di demoni.
Seconda categoria: gli ipocriti, i falsi, coloro che irridono Dio, avendo la Legge, ma avendola solo, non praticandola.
E può allora dirsi di averla veramente e trarne benefici? Simili a coloro che possiedono un tesoro ma lo lasciano inoperoso e incustodito[19], essi non ne traggono frutti di vita eterna, gaudi immediati al loro morire, e Dio li condannerà perché ebbero il dono di Dio e non ne usarono con riconoscenza al Donatore che li aveva messi nella parte eletta dell’Umanità: in quella del Popolo suo perché segnato del segno cristiano.
Terza categoria: i Gentili. Al tempo d’oggi diamo tale qualifica a quelli che non sono cristiani cattolici. Chiamiamoli così, mentre meditiamo le parole di Paolo.
Essi, che non avendo la Legge fanno naturalmente ciò che la Legge impone ‑ e son legge a se stessi mostrando così come il loro spirito ami la virtù e tenda al Bene supremo ‑ essi, quando Dio giudicherà per mezzo del Salvatore le azioni segrete degli uomini, saranno giustificati.
Sono molti, costoro. Un numero grande. E sarà la folla immensa... di ogni nazione, tribù, popolo, linguaggio, sulla quale, nell’ultimo giorno, per i meriti infiniti del Cristo immolato sino all’estrema stilla di sangue e di umore, verrà impresso il sigillo[20] del Dio vivo a salvezza e premio prima dell’estremo inappellabile giudizio.
La loro virtù, la loro spontanea ubbidienza alla legge di virtù, li avrà battezzati senza altro battesimo, consacrati senza altro crisma che i meriti infiniti del Salvatore.
Il Limbo non sarà più dimora dei giusti. Così come la sera del Venerdì Santo[21] esso si svuotò dei suoi giusti, perché il Sangue versato dal Redentore li aveva detersi dalla macchia di origine, così alla sera del Tempo[22] i meriti del Cristo trionfante su ogni nemico li assolverà dal non essere stati del suo gregge per ferma fede di essere nella religione giusta, e li premierà della virtù esercitata in vita.
Se così non fosse, Dio farebbe frode a questi giusti che si dettero legge di giustizia e difesero la giustizia e la virtù. E Dio non defrauda mai. Lungo talora a compiersi, ma sempre certo il suo premio.»
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Rielaborando anche in questo caso quanto sopra scritto:
- Periranno all'Inferno solo coloro che non vogliono riconoscere alcuna legge, né naturale, né soprannaturale, né della ragione.
- Per altro verso, coloro che hanno conosciuto la Legge, cioè la Dottrina Cristiana, e non hanno voluto metterla in pratica, saranno condannati da quella stessa Legge, fatta per salvarli, che essi hanno invece disprezzata.
Il concetto viene quindi approfondito individuando tre categorie:
1)      I pagani che non hanno conosciuto la Legge ma in maniera naturale e usando la ragione fanno per rettezza di cuore - e ascoltando la voce della propria coscienza - quanto viene prescritto dai dettami della stessa (pur non essendo consapevoli di fare la volontà di Dio ma dimostrando di rispettare la legge incisa da Dio nelle loro coscienze o meglio nel loro spirito) saranno ‘giustificati’ nel giorno del Giudizio universale.
2)      Coloro che invece non intendono rispettare alcuna legge - né naturale né umana, né soprannaturale - sono uomini di cattiva volontà, ribelli persino alla legge naturale dei dieci Comandamenti che Dio ha inciso nelle loro anime. Per costoro è dunque giusta la condanna eterna.
3)      Coloro che invece hanno conosciuto la legge cristiana ma non hanno voluto praticarla, sprecando così il 'talento' ricevuto, verranno condannati.
Lo Spirito Santo – quanto ai pagani non battezzati - chiarisce ancora:
·         i pagani - che non hanno conosciuto la legge cristiana, ma hanno invece fatto di propria iniziativa ciò che la Legge impone - dimostrano in tal modo che il loro spirito tende istintivamente a Dio e che essi sono dei 'giusti'. Dio scruta infatti nei loro cuori e, quando Gesù giudicherà le azioni segrete degli uomini, essi saranno perdonati. Questi ultimi, i pagani non battezzati, sono una moltitudine sterminata di ogni nazione, tribù, popolo, lingua che - nell'ultimo giorno, vale a dire quello del Giudizio universale - verranno giudicati, perdonati e salvati grazie ai meriti infiniti del Sangue di Gesù Cristo che verrà impresso come un sigillo su di loro a premio del loro comportamento 'cristiano' pur non essendo essi mai stati cristiani.
·         Se per i cristiani è il Battesimo che - se sono di buona volontà - apre loro le porte del Paradiso subito dopo la loro morte o dopo l’espiazione in Purgatorio, per i pagani che senza saperlo si sono comportati secondo gli insegnamenti di Gesù Cristo, il loro 'battesimo' - anche se alla fine del mondo - sarà costituito dalle loro virtù, consacrati dal Crisma dei meriti del Salvatore.
·         Alla fine del Tempo i giusti pagani, pur non essendo stati battezzati ma avendo essi avuto una ferma fede di appartenenza alla loro religione da essi ritenuta 'giusta', grazie ai meriti infiniti del Salvatore verranno assolti per la virtù da loro esercitata in vita e accederanno trionfalmente al Paradiso.
·         Né potrebbe essere altrimenti perché in caso contrario Dio avrebbe frodato quei giusti non cristiani che seppero essere virtuosi e darsi norme di comportamento giusto.
In Cielo, dunque, anche se non battezzati?
Sì, ma solo dopo il Giudizio Universale”, perché il premio di Dio può arrivare tardi, ma è sempre certo.
San Paolo nella sua lettera ai romani precedentemente citata in nota esprime dunque un concetto fondamentale, e cioè - indipendentemente dalla religione professata – Dio, nell’emettere il Suo Giudizio collettivo alla fine della Storia umana, salverà tutti coloro che avranno voluto fare il bene.
2.3 Ancora una riflessione su Purgatorio e Limbo.
Ora, riflettendo insieme, se appare relativamente chiara la sorte nell’Aldilà, cionondimeno devo dire che non di rado mi vengono dei dubbi.
Infatti l’Opera valtortiana è ‘semplice’ da leggere perché il suo ‘linguaggio’ è quello di un Dio che scende al livello intellettuale di noi ‘umani’ per rendersi comprensibile, ma nello stesso tempo non è facile perché tante ‘spiegazioni’ pur di livello intellettuale e spirituale elevato non esauriscono quel determinato argomento ed altri aspetti che lo concernono vengono trattati anche da ‘Persone’ diverse - come Gesù, lo stesso Spirito Santo, per non parlare dell’Angelo Custode Azaria – e nel quadro di circostanze diverse.
Quindi, per cercare di capire di più, è necessario ricorrere a quello che io chiamo - con termine giuridico - come il ‘combinato disposto’ di più articoli di legge che fra essi si integrano e si completano per rendere chiara l’interpretazione di una determinata norma.
Ad esempio c’è un altro episodio dove si tratta del Limbo e delle varie dimore dell’Aldilà alle quali – dopo il giudizio particolare - le anime vengono destinate.
Lo traggo da ‘L’Evangelo come mi è stato rivelato’.[23]
Innanzitutto vi riassumo l’antefatto.
Una donna di Cafarnao, di nome Meroba, è madre di Alfeo e di altri due bambini che non ama e tratta anche male. Rimasta vedova si è risposata e attende un bambino.
Maria SS., con Gesù, le chiede di lasciarle Alfeo per qualche giorno e la donna acconsente ma di mala grazia. Il piccolo viene dunque temporaneamente ‘adottato’ dal gruppo di apostoli ed alcune loro parenti e discepole che in quel periodo si erano aggregate a Gesù.
Una certa Sara, ricca vedova con emporio e terre ad Afec nella Decapoli, incontra le discepole con Gesù ed il piccolo Alfeo presso la cittadina di Ippo.
Lei si mette al seguito del gruppo apostolico che – giunto presso la cittadina di Afec, dove lei risiede – viene invitato al completo a casa sua. Sara – che desiderava ardentemente un figlio – spera in cuor suo che Gesù le affidi in adozione il bambino.
Gesù ovviamente non può farlo, dovendolo restituire alla legittima madre, ma anche giudicando che le ricchezze della vedova – dalle quali lei pare essere assai poco distaccata - possano essere in futuro un impedimento alla salvezza spirituale del bimbo, una volta diventato adulto.
Gesù non concederà dunque il bimbo alla vedova ma la invita a curare prima se stessa staccandosi dalla propria umanità.
Il suo desiderio di un figlio – le dice Gesù - la spinga a santità perché in tal caso Dio l’avrebbe esaudita, anche perché gli orfanelli in Israele certo non mancavano.
Prima ancora di arrivare in prossimità di Afec, Sara vuol fare da guida suggerendo al gruppo apostolico una scorciatoia nella campagna.
La Valtorta vede infatti in visione:
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(…)
La vedova va avanti indicando la via più breve, ossia lascia la carovaniera per una stradetta che si inerpica per il monte, ancor più fresca e ombrosa.
Ma comprendo il motivo della deviazione quando, volgendosi sulla sella, Sara dice:     
«Ecco, questi boschi sono miei. Di piante pregiate. Vengono a comprarne sin da Gerusalemme per i cofani dei ricchi. E queste sono le piante antiche; ma poi ho vivai sempre rinnovati. Venite. Vedete...», e spinge il ciuchino giù per le balze, su per le creste, e poi giù di nuovo, seguendo la stradetta fra i suoi boschi, dove infatti sono zone ad alberi adulti, già pronti al taglio, e zone dove le piante sono ancor tenerelle, talora alte pochi centimetri da terra, fra erbe verdi, odorose di tutti gli aromi montani.
«Belli questi luoghi. E ben tenuti. Sei saggia», encomia Gesù.
«Oh!... Ma per me sola... Più volentieri li curerei per un figlio... ».
Gesù non risponde.
Proseguono la via. Già si vede Afeca fra un cerchio di pometi e altri alberi da frutto.
«Anche quel frutteto è mio. Troppo ho per me sola!... Era già troppo quando avevo ancora lo sposo e a sera ci guardavamo nella casa troppo vuota, troppo grande, davanti alle troppe monete, ai conti delle troppe derrate, e ci dicevamo: "E per chi?". E ora più ancora lo dico...».
Tutta la tristezza di un matrimonio sterile balza dalle parole della donna.
«I poveri ci sono sempre...», dice Gesù.
«Oh! sì! E la mia casa si apre ad essi ogni giorno. Ma dopo...»
«Vuoi dire quando sarai morta?».
«Si, Signore. Sarà un dolore lasciare, a chi?... le cose tanto curate...».
Gesù ha un'ombra di sorriso pieno di compatimento. Ma risponde con bontà: «Sei più saggia per le cose della Terra che per quelle del cielo, donna. Ti preoccupi perché le tue piante crescano bene e non si formino radure nei tuoi boschi. Ti affliggi pensando che dopo non saranno più curate come ora. Ma questi pensieri sono poco saggi, anzi sono stolti affatto.
Credi tu che nell'altra vita abbiano valore le povere cose che hanno nome piante, frutta, denaro, case? E che sarà afflizione vederle trascurate? Raddrizza il tuo pensiero, donna.
Là non sono i pensieri di qui, in nessuno dei tre regni.
Nell'Inferno l'odio e la punizione acciecano ferocemente.
Nel Purgatorio la sete di espiare annulla ogni altro pensiero.
Nel Limbo la beata attesa dei giusti non è profanata da sensualità alcuna.
La Terra è lontana, con le sue miserie; è invece vicina solo con i suoi bisogni soprannaturali, bisogni di anime, non bisogni di oggetti.
I trapassati, che dannati non siano, solo per amore soprannaturale volgono alla Terra il loro spirito, e a Dio le loro preghiere, per coloro che sono sulla Terra. Non per altro.
E quando poi i giusti entreranno nel Regno di Dio, che vuoi che sia più, per uno che contempla Iddio, questa misera carcere, questo esilio che ha nome Terra? Che, le cose lasciate in essa? Potrebbe il giorno rimpiangere una lampada fumigante, quando lo illumina il sole?».
«Oh! no!».
«E allora? Perché sospiri su ciò che lascerai?».
«Ma vorrei che un erede continuasse a...».
«A godere delle ricchezze terrene per averne ostacolo a divenire perfetto, mentre il distacco dalle ricchezze è scala per possedere le ricchezze eterne? Vedi, o donna? Il maggior ostacolo ad ottenere questo innocente non è la madre di lui, coi suoi diritti sul figlio, ma il tuo cuore. Egli è un innocente, un triste innocente, ma sempre un innocente che, per il suo stesso soffrire, è caro a Dio. Ma se tu lo facessi un avaro, cupido, forse vizioso, per i mezzi che hai, non lo priveresti tu della predilezione di Dio? E potrei, Io che ho cura di questi innocenti, essere uno sbadato maestro che, senza riflettere, permette che un suo innocente discepolo si travii? Cura prima te stessa, spogliati dell'umanità ancor troppo viva, libera la tua giustizia da questa crosta di umanità che la deprime, e allora meriterai di esser madre. Perché non è madre solo chi genera o chi ama un figlio adottivo e lo cura e segue nei suoi bisogni di creatura animale. Anche la madre di questo lo ha generato. Ma non è madre perché non ha cura né della sua carne, né del suo spirito.
Madre si è quando ci si cura soprattutto di ciò che non muore più, ossia dello spirito, non soltanto di quello che muore, ossia della materia. E credi, o donna, che chi amerà lo spirito, amerà anche il corpo, perché possederà un amore giusto e perciò sarà giusto».
«Ho perduto il figlio, lo comprendo...».
«Non è detto. Il tuo desiderio ti spinga a santità e Dio ti esaudirà. Sempre ci saranno orfani nel mondo».
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Vorreste sapere come finirà la storia di Sara e di Alfeo?
Meno di un anno dopo Meroba, la non buona madre di Alfeo e dei suoi due fratellini, muore malamente ed i suoi bambini rimasti orfani trovano una madre amorosa proprio in Sara di Afec che – distaccatasi dai suoi averi, avendone lasciata la tutela al suo intendente di casa – si era stabilita a Cafarnao finendo poi per adottarli tutti e tre.
Tante sono le meditazioni e gli insegnamenti e che si potrebbero trarre da questo episodio, ma ve li lascio tutti. A me preme solo attirare la vostra attenzione su una parte del precedente colloquio fra Gesù e Sara che vi trascrivo nuovamente qui sotto (i grassetti sono miei):
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(Dice Gesù)
(…) Credi tu che nell'altra vita abbiano valore le povere cose che hanno nome piante, frutta, denaro, case? E che sarà afflizione vederle trascurate? Raddrizza il tuo pensiero, donna.
Là non sono i pensieri di qui, in nessuno dei tre regni.
Nell'Inferno l'odio e la punizione acciecano ferocemente.
Nel Purgatorio la sete di espiare annulla ogni altro pensiero.
Nel Limbo la beata attesa dei giusti non è profanata da sensualità alcuna.
La Terra è lontana, con le sue miserie; è invece vicina solo con i suoi bisogni soprannaturali, bisogni di anime, non bisogni di oggetti.
I trapassati, che dannati non siano, solo per amore soprannaturale volgono alla Terra il loro spirito, e a Dio le loro preghiere, per coloro che sono sulla Terra. Non per altro.
E quando poi i giusti entreranno nel Regno di Dio, che vuoi che sia più, per uno che contempla Iddio, questa misera carcere, questo esilio che ha nome Terra? Che, le cose lasciate in essa? Potrebbe il giorno rimpiangere una lampada fumigante, quando lo illumina il sole?».
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Gesù, parlando a Sara dell’Aldilà – 2000 anni fa, prima del momento della Redenzione - diceva che i ‘regni’ erano tre: Inferno, Purgatorio e Limbo.
Non parla qui ancora del Paradiso, perché questo è ancora di là da venire poiché per esso si dovrà appunto attendere il momento della Redenzione con la morte di Gesù quando Egli scenderà poi agli ‘Inferi’ per liberare i salvati che là lo attendevano per poter ascendere al Cielo.
E’ interessante notare la ‘psicologia’ dei trapassati non dannati.
Essi non pensano più come noi. Essi vivono in una prospettiva ed una realtà completamente diversa. Nel Purgatorio esiste solo l’esigenza di espiare che fa passare in ultima linea qualsiasi altro pensiero terreno.
I trapassati sono lontani ‘anni luce’ dall’attaccamento ‘sensuale’ ai beni ed affetti della terra, ma sono legati ai propri cari - ai quali pure è rivolto il loro spirito -  da un ascetico amore soprannaturale ma con l’occhio rivolto soprattutto a Dio al quale non fanno tuttavia mancare le loro preghiere di intercessione per i propri congiunti.
Inoltre da quanto precede sorgono spontanee più domande sul Limbo.
Una domanda che la teologia cattolica non ha ancora risolto in maniera certa, anzi ‘dogmatica’, è se il Limbo, le cui porte erano state aperte dal Redentore quando discese agli ‘Inferi’, abbia cessato di esistere una volta avvenuta la Redenzione oppure se esso esista ancora per i ‘giusti’ non battezzati, visto che il Battesimo è ritenuto il ‘passaporto’ senza il quale non si può accedere al Paradiso.
Sono secoli che se ne discute e vi sono documenti molto importanti della Chiesa che pur non avendo ancora valore dogmatico sostengono con molta autorevolezza non solo l’opportunità ma anche la ‘necessità’ della esistenza del Limbo, altrimenti che fine farebbero i pagani non  battezzati – tutte anime di ‘figli’ e ‘fratelli’ nostri, create da Dio con uguale amore – che non hanno avuto la sorte o la fortuna di conoscere la Dottrina cristiana ma pur sempre anime di uomini che si sono comportati da giusti credendo giusta la propria religione?
Che fine farebbero poi i bimbi innocenti che sono morti prima di poter essere battezzati?
Che fine farebbero infine i bimbi volutamente abortiti dai genitori, che tuttavia avevano avuto l’infusione dell’anima spirituale da Dio al momento del concepimento, e che – doppiamente innocenti - sono equiparabili a dei martiri uccisi dalla mancanza di amore dei genitori? Bimbi ai quali – con la vita – è stata tolta la possibilità di avere una famiglia, fratelli e sorelle, guardare teneramente negli occhi i genitori chiamandoli ‘papà’ e ‘mamma’, formarsi a loro volta una famiglia e amare la propria moglie, i propri figli, tenere in braccio i nipotini, insomma privati di tutto?
La risposta dell’Opera valtortiana pare essere quella del Limbo, un Limbo che perdura anche dopo la Redenzione per coloro che – uomini adulti non battezzati ma vissuti da giusti o bimbi non battezzati del tutto innocenti - non hanno potuto avere il crisma del Battesimo.
Un Limbo che – fermo restando il Purgatorio di espiazione per i non battezzati meno giusti ma non condannabili all’Inferno – parrebbe non essere, per i ‘giusti’, un ‘luogo di espiazione’ ma piuttosto di ‘beata attesa’, anche se fino al Giudizio Universale.
Un ‘luogo’ (o ‘stato’ che si preferisca pensare) dove potremmo forse a questo punto anche noi ipotizzare diversi gradi di ‘giustizia’ – posto che non tutti i giusti possono essere stati in vita giusti in maniera uguale – ma dove in cima, proprio quasi con un piedino nella porta ‘socchiusa’ del Paradiso, ci potrebbero magari stare proprio gli Innocenti.
Si potrebbe anche forse pensare che una volta che i pagani non battezzati - ma non condannati all’Inferno nel Giudizio particolare - abbiano espiato in Purgatorio, non potendo entrare in Paradiso, proprio perché non battezzati ma dovendo anzi attendere il Giudizio Universale, possano almeno passare – dopo l’espiazione e la purificazione - dal Purgatorio al superiore Limbo, luogo di ‘beata attesa’, in certo qual modo analogamente a quanto fanno i cristiani battezzati del Purgatorio quando, terminata l’espiazione e purificazione, possono accedere finalmente al Paradiso.
Tutte domande ‘a voce alta’, la cui possibile risposta lascio immaginare a voi che leggete.
La prossima riflessione sulla nostra quinta affermazione del Credo sarà dedicata a:
3. IL GIUDIZIO DI CONDANNA ALL’INFERNO

3. IL GIUDIZIO DI CONDANNA ALL’INFERNO.
3.1  Il Giudizio particolare e le quattro dimore dell’Aldilà: Paradiso, Purgatorio, Inferno e… Limbo. Il Limbo dei ‘giusti’ e dei bimbi non battezzati. Le quattro dimore dopo il Giudizio universale diverranno due.
Abbiamo fino ad ora parlato del Giudizio particolare.
Dopo aver meditato nel precedente capitolo del giudizio dei ‘pagani giusti ma non battezzati’ - che nelle parole dello Spirito Santo che parla alla mistica appaiono situati nel Limbo - sorge però spontanea una domanda: quante sono le dimore dell’aldilà? Tre o quattro?
La Dottrina cristiana - allo stato attuale delle cose e dal punto di vista del Dogma – ammette 'ufficialmente', almeno per ora, tre sole dimore dell'Aldilà: l'Inferno, il Purgatorio e il Paradiso.
Ma della necessità ed opportunità che debba esiste una quarta dimora, che viene detta Limbo, se ne sta discutendo da parecchi secoli e anche con importanti documenti della Chiesa che – pur non avendo valore dogmatico – godono comunque di grande autorevolezza.
La Dottrina cristiana insegna che per accedere al Paradiso dopo la morte del corpo bisogna essere battezzati, ma quale sarebbe allora la sorte dei giusti pagani non battezzati, o dei bambini morti in tenera età senza essere battezzati ma comunque incolpevoli, o addirittura di quelli morti nel grembo materno prima ancora della nascita che sono pur dotati di anima spirituale sin dal concepimento, oppure dei bimbi volutamente abortiti?
Se questo – almeno dal punto di vista del riconoscimento dogmatico – è un problema per la teologia, non lo è però per le rivelazioni ‘private’ dell’Opera valtortiana.
Il Limbo di cui si parla nell'Opera valtortiana esiste ed è il Limbo dei giusti 'non battezzati'.
Le 'dimore' dell’Aldilà – nell’Opera - risulterebbero essere dunque quattro: Inferno, Purgatorio, Paradiso e Limbo.
Delle quattro dimore solo due rimarranno però eterne dopo il Giudizio Universale, e cioè il Paradiso e l'Inferno, perché i purganti che avranno a quel punto terminato la purificazione ed i ‘giusti’ pagani non battezzati ma in attesa nel Limbo saliranno a quel punto in Paradiso.[24]
Sempre a proposito del Giudizio di Dio, nell'Opera di Maria Valtorta: ‘L’Evangelo come mi è stato rivelato’, fra i tanti brani concernenti il Limbo vi è un episodio ed una spiegazione di Gesù agli apostoli che è al riguardo illuminante.
La mistica vede Gesù in visione. Egli è in cammino e - come era spesso solito fare, prendendo anche lo spunto da episodi giornalieri - impartisce degli insegnamenti agli apostoli che Egli andava 'formando' per prepararli alla loro futura missione.
Egli spiega loro che Dio è Carità, la quale è il suo attributo principale.
Dopo la fine del mondo - Egli continua - non sopravvivrà altra virtù che la Carità, ossia l'unione con il Creatore di tutte le creature che hanno vissuto con giustizia: non vi saranno tanti Cieli, uno per gli ebrei, uno per i cristiani, uno per i cattolici, uno per i Gentili e i pagani, ma vi sarà un solo Cielo e un solo premio: Dio, il Creatore che si ricongiunge ai suoi creati che si sono comportati da giusti.
Dunque un solo Signore, non un Dio per ogni religione.
Aggiunge però ancora - Gesù - agli apostoli (i 'grassetti' sono i miei): [25]
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'Ora vi rivelo una grande verità. Ricordatevela. Trasmettetela ai vostri successori. Non attendete sempre che lo Spirito Santo rischiari le verità dopo anni o secoli di oscurità.
Udite.
Voi forse direte: 'Ma allora che giustizia c'è ad essere della religione santa, se saremo alla fine del mondo ugualmente trattati, come lo saranno i Gentili?'
Vi rispondo: la stessa giustizia che c'è, ed è vera giustizia, per coloro che, pur essendo della religione santa, non saranno beati perché non saranno vissuti da santi.
Un pagano virtuoso, soltanto perché visse con virtù eletta, convinto che la sua religione era buona, avrà alla fine il Cielo.
Ma quando? Alla fine del mondo, quando delle quattro dimore dei trapassati due sole sussisteranno, ossia il Paradiso e l'Inferno. Perché la Giustizia, in quel momento, non potrà che conservare e dare i due regni eterni a chi dall'albero del libero arbitrio scelse i frutti buoni o volle i frutti malvagi.
Ma quanta attesa prima che un pagano virtuoso giunga a quel premio...
Non ve lo pensate? E questa attesa, specie dal momento in cui la Redenzione, con tutti i suoi conseguenti prodigi, si sarà verificata, e l'Evangelo sarà predicato nel mondo, sarà la purgazione delle anime che vissero da giuste in altre religioni ma non poterono entrare nella Fede vera dopo averla conosciuta come esistente e di provata realtà.
Ad essi il limbo per i secoli e secoli sino alla fine del mondo.
Ai credenti del Dio vero che non seppero essere eroicamente santi, il lungo Purgatorio; e per alcuni potrà avere termine alla fine del mondo.
Ma dopo l'espiazione e l'attesa, i buoni, quale che sia la loro provenienza, saranno tutti alla destra di Dio; i malvagi, quale che sia la loro provenienza, alla sinistra e poi nell'Inferno orrendo, mentre il Salvatore entrerà con i buoni nel Regno eterno'.
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Ecco dunque perché il vero cristiano deve – non solo essere un ‘buon cristiano’ ma anche evangelizzare come aveva raccomandato ancora una volta da Gesù prima di ascendere al Cielo: per far sì che i 'giusti pagani' - se battezzati - possano più facilmente salvarsi divenendo 'giusti cristiani' e possano così anch’essi accedere al Cielo senza attendere nel Limbo fino alla fine del mondo.
Sento a questo punto sorgere spontanea in voi un’altra domanda: 'Che ne è allora di tutti i bimbi non nati, o di quelli nati ma non battezzati? Per non dire dei bimbi volutamente abortiti?'
Tutti salvi nel Limbo, spiega Gesù in un altro brano.
Essi infatti non sono 'chiesa' nel senso stretto della parola ma lo sono avendo ricevuto da Dio l'anima ed essendo morti incolpevoli se non addirittura in una sorta di ‘martirio di sangue’.
Ecco perché - spiega sempre Gesù - sarà grave e severissimo il Giudizio di Dio nei confronti di quelli che sopprimono una vita, anche embrionale, o appena venuta alla luce, vietandole così di ricevere il Sacramento del Battesimo che leva la Colpa di origine.
Il rigore divino[26] è giustificato dal fatto che per secoli e millenni quelle anime vengono separate da Dio, in uno stato non di pena, ma neppure di vero gaudio.
3.2 Il Giudizio di condanna e la natura delle pene dell’Inferno.
Sempre a proposito del Giudizio divino ricorderò ancora due altri versetti della lettera di Paolo ai romani. [27]
San Paolo dice che gli uomini che fanno il male - siano essi giudei o ‘greci' (cioè pagani) - saranno afflitti da angoscia e tribolazione e Dio – nel Suo Giudizio - impartirà loro condanna, come invece darà premio a chi avrà fatto il bene, a qualunque religione essi appartengano, come del resto spiegato in precedenza.
Lo Spirito Santo valtortiano ci illustra alcuni aspetti.[28]
Egli conferma il pensiero di Paolo sottolineando che l'uomo che fa il male sarà sempre affetto da angoscia e tribolazione.
Tale uomo - anche se non vorrà ammetterlo di fronte a se stesso – sarà, infatti, vittima del rimorso per le cattive azioni compiute.
Tale rimorso può essere suscitato da Dio allo scopo di aiutarlo a ravvedersi e tornare sulla buona strada, oppure da Satana che - dopo averlo fuorviato - si diverte a torturarlo con i sensi di colpa.
In tale situazione il colpevole, anziché prendersela con il suo padrone Satana, dà la colpa del rimorso e della propria sofferenza a Dio e - per dimostrargli allora spavaldamente che non lo teme - si butta ancora di più nel peccato.
Egli agisce così per rimuovere, per dimenticare e per soffocare la voce della propria coscienza che dal di dentro grida.
Il peccatore, si comporta dunque come quell'alcolizzato che, amando il vino che gli procura piacere e pur sapendo che esso fa male, ne beve ancora di più e se ne inebria anche per dimenticare i propri problemi.
Tuttavia il rimorso e l'angoscia per il senso di peccato non abbandonano mai il colpevole renitente se non talvolta - e questo sarebbe ancora il caso più fortunato - in punto di morte quando egli sa di doversi presentare al cospetto di Dio ed allora si pente in maniera 'perfetta', cosa che lo salva, sia pur lasciandolo poi soggetto a lunga espiazione.
Questa eventualità - continua lo Spirito Santo - è però molto difficile a realizzarsi per l'incallito peccatore perché questi o si pente solo parzialmente o non si pente affatto neppure in punto di morte, senza contare che la morte lo può cogliere all'improvviso senza che egli abbia avuto il tempo di pentirsi.
Comunque - dice ancora lo Spirito Santo - tale angoscia e tribolazione sono niente rispetto a quelle che il peccatore impenitente – giudicato da Dio - dovrà sopportare nell'Aldilà.
Nell'Inferno le sofferenze sono umanamente inimmaginabili, al punto che neanche se le descrivesse Dio riusciremmo a concepirle, così come gli uomini non riuscirebbero a concepire la gioia infinita che si prova in Paradiso.
L'estasi paradisiaca e la sofferenza infernale ci vengono oscurate perché esse sono tali che la mente umana non riuscirebbe a contenerle e l'uomo - fatto ancora di 'carne' - morrebbe d'amore o di orrore.
Dio – ribadisce poi lo Spirito Santo ricollegandosi ai versetti della ‘Lettera ai romani’ di Paolo - premierà o castigherà in misura giusta sia chi crede nella religione vera, sia chi crede in buona fede in altre religioni da lui ritenute vere, sia chi non ne abbia alcuna.
Ogni uomo è stato, infatti, dotato da Dio di anima spirituale e di ragione che gli suggeriscono come comportarsi.
Dio – nel Suo Giudizio - premierà dunque o castigherà a seconda del grado di conoscenza, di ragione e di ‘coscienza’ che l'uomo ha avuto e a seconda della fede che costui avrà riposto nella propria religione considerata 'vera'.
E' la sua Fede che, infatti, lo 'assolve' se egli ha operato il bene per fare la volontà del 'suo' Dio.
Se l'uomo è pagano - e non conosce quindi la religione vera - Dio nel giudizio sarà anzi più benevolo con lui rispetto a dei cattolici che hanno conosciuto la religione vera ma poi non l'hanno ben praticata o nient'affatto praticata.
Dio - rispetto ai cattolici - sarà più benevolo con i pagani perché terrà conto di quale sforzo maggiore essi - separati dal Corpo mistico - hanno dovuto affrontare per mantenersi sulla giusta via, non avendo essi ricevuto la Grazia che deriva dal Battesimo, né conosciuto la Dottrina di Gesù che è Vita, né ottenuto tutti gli altri doni come i Sacramenti lasciatici da Gesù e le virtù che da tali doni scaturiscono.
Come dice dunque San Paolo - conclude lo Spirito Santo - Dio non fa distinzioni di uomini, razze o religioni, ma giudicherà veramente gli uomini non per le loro origini umane ma per le loro azioni.
Succederà così che molti cattolici - credendosi 'eletti' perché appartenenti alla religione 'vera' - scopriranno un giorno di essere stati preceduti da molti altri che, pur senza conoscere il Dio vero, lo hanno però seguito, obbedendo alla legge di giustizia che Dio ha inciso nella loro anima da Lui creata.
Vediamo comunque cosa dice Gesù - a proposito del Suo Giudizio di condanna all’Inferno - in un Dettato alla mistica (dove le sottolineature in grassetto sono mie):[29]
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15 - 1 - 1944.
Dice Gesù:
«Una volta ti ho fatto vedere il Mostro d’abisso. Oggi ti parlerò del suo regno.
Non ti posso sempre tenere in paradiso. Ricordati che tu hai la missione di richiamare delle verità ai fratelli che troppo le hanno dimenticate. E da queste dimenticanze, che sono in realtà sprezzi per delle verità eterne, provengono tanti mali agli uomini.
Scrivi dunque questa pagina dolorosa. Dopo sarai confortata. È la notte del venerdì.
Scrivi guardando al tuo Gesù che è morto sulla croce fra tormenti tali che sono paragonabili a quelli dell’inferno, e che l’ha voluta, tale morte, per salvare gli uomini dalla Morte.
Gli uomini di questo tempo non credono più all’esistenza dell’inferno.
Si sono congegnati un al di là a loro gusto e tale da essere meno terrorizzante alla loro coscienza meritevole di molto castigo.   
Discepoli più o meno fedeli dello Spirito del Male, sanno che la loro coscienza arretrerebbe da certi misfatti, se realmente credesse all’inferno così come la Fede insegna che sia; sanno che la loro coscienza, a misfatto compiuto, avrebbe dei ritorni in se stessa e nel rimorso troverebbe il pentimento, nella paura troverebbe il pentimento e col pentimento la via per tornare a Me.
La loro malizia, istruita da Satana, al quale sono servi o schiavi (a seconda della loro aderenza ai voleri e alle suggestioni del Maligno) non vuole questi arretramenti e questi ritorni.
Annulla perciò la fede nell’inferno quale realmente è, e ne fabbrica un altro, se pure se lo fabbrica, il quale non è altro che una sosta per prendere lo slancio ad altre, future elevazioni.
Spinge questa sua opinione sino a credere sacrilegamente che il più grande di tutti i peccatori dell’umanità, il figlio diletto di Satana, colui che era ladro come è detto nel Vangelo, che era concupiscente e ansioso di gloria umana come dico io, l’iscariota, che per fame della triplice concupiscenza si è fatto mercante del Figlio di Dio e per trenta monete e col segno di un bacio - un valore monetario irrisorio e un valore affettivo infinito - mi ha messo nelle mani dei carnefici, possa redimersi e giungere a Me passando per fasi successive.
No. Se egli fu il sacrilego per eccellenza, io non lo sono. Se egli fu l’ingiusto per eccellenza, io non lo sono. Se egli fu colui che sparse con sprezzo il mio Sangue, io non lo sono. E perdonare a Giuda sarebbe sacrilegio alla mia Divinità da lui tradita, sarebbe ingiustizia verso tutti gli altri uomini, sempre meno colpevoli di lui e che pure sono puniti per i loro peccati, sarebbe sprezzo al mio Sangue, sarebbe infine venire meno alle mie leggi.
Ho detto, io Dio Uno e Trino, che ciò che è destinato all’inferno dura in esso per l’eternità, perché da quella morte non si esce a nuova resurrezione.
Ho detto che quel fuoco è eterno e che in esso saranno accolti tutti gli operatori di scandali e di iniquità. Né crediate che ciò sia sino al momento della fine del mondo.
No, ché anzi, dopo la tremenda rassegna, più spietata si farà quella dimora di pianto e tormento, poiché ciò che ancora è concesso ai suoi ospiti di avere per loro infernale sollazzo - il poter nuocere ai viventi e il veder nuovi dannati precipitare nell’abisso - più non sarà, e la porta del regno nefando di Satana sarà ribattuta, inchiavardata dai miei angeli, per sempre, per sempre, per sempre, un sempre il cui numero di anni non ha numero e rispetto al quale, se anni divenissero i granelli di rena di tutti gli oceani della terra, sarebbero meno di un giorno di questa mia eternità immisurabile, fatta di luce e di gloria nell’alto per i benedetti, fatta di tenebre e orrore per i maledetti nel profondo.
Ti ho detto che il Purgatorio è fuoco di amore. L’Inferno è fuoco di rigore.
Il Purgatorio è luogo in cui, pensando a Dio, la cui Essenza vi è brillata nell’attimo del particolare giudizio e vi ha riempito di desiderio di possederla, voi espiate le mancanze di amore per il Signore Dio vostro.
Attraverso l’amore conquistate l’Amore, e per gradi di carità sempre più accesa lavate la vostra veste sino a renderla candida e lucente per entrare nel regno della Luce i cui fulgori ti ho mostrato giorni sono.
L’inferno è luogo in cui il pensiero di Dio, il ricordo del Dio intravveduto nel particolare giudizio non è, come per i purganti, santo desiderio, nostalgia accorata ma piena di speranza, speranza piena di tranquilla attesa, di sicura pace che raggiungerà la perfezione quando diverrà conquista di Dio, ma che già dà allo spirito purgante un’ilare attività purgativa perché ogni pena, ogni attimo di pena, li avvicina a Dio, loro amore; ma è rimorso, è rovello, è dannazione, è odio. Odio verso Satana, odio verso gli uomini, odio verso se stessi.
Dopo averlo adorato, Satana, nella vita, al posto mio, ora che lo posseggono e ne vedono il vero aspetto, non più celato sotto il maliardo sorriso della carne, sotto il lucente brillio dell’oro, sotto il potente segno della supremazia, lo odiano perché causa del loro tormento.
Dopo avere, dimenticando la loro dignità di figli di Dio, adorato gli uomini sino a farsi degli assassini, dei ladri, dei barattieri, dei mercanti di immondezze per loro, adesso che ritrovano i loro padroni per i quali hanno ucciso, rubato, truffato, venduto il proprio onore e l’onore di tante creature infelici, deboli, indifese, facendone strumento al vizio che le bestie non conoscono - alla lussuria, attributo dell’uomo avvelenato da Satana - adesso li odiano perché causa del loro tormento.
Dopo avere adorato se stessi dando alla carne, al sangue, ai sette appetiti della loro carne e del loro sangue tutte le soddisfazioni, calpestando la Legge di Dio e la legge della moralità, ora si odiano perché si vedono causa del loro tormento.
La parola “Odio” tappezza quel regno smisurato; rugge in quelle fiamme; urla nei chachinni dei demoni; singhiozza e latra nei lamenti dei dannati; suona, suona, suona come una eterna campana a martello; squilla come una eterna buccina di morte; empie di sé i recessi di quella carcere; è, di suo, tormento, perché rinnovella ad ogni suo suono il ricordo dell’Amore per sempre perduto, il rimorso di averlo voluto perdere, il rovello di non poterlo mai più rivedere.
L’anima morta, fra quelle fiamme, come quei corpi gettati nei roghi o in un forno crematorio, si contorce e stride come animata di nuovo da un movimento vitale e si risveglia per comprendere il suo errore, e muore e rinasce ad ogni momento con sofferenze atroci, perché il rimorso la uccide in una bestemmia e l’uccisione la riporta al rivivere per un nuovo tormento.
Tutto il delitto di aver tradito Dio nel tempo sta di fronte all’anima nell’eternità; tutto l’errore di aver ricusato Dio nel tempo sta per suo tormento presente ad essa per l’eternità.
Nel fuoco le fiamme simulano le larve di ciò che adorarono in vita, le passioni si dipingono in roventi pennellate coi più appetitosi aspetti, e stridono, stridono il loro memento: “Hai voluto il fuoco delle passioni. Ora abbiti il fuoco acceso da Dio il cui santo Fuoco hai deriso”.
Fuoco risponde a fuoco.
In Paradiso è fuoco di amore perfetto.
In Purgatorio è fuoco di amore purificatore.
In Inferno è fuoco di amore offeso.
Poiché gli eletti amarono alla perfezione, l’Amore a loro si dona nella sua Perfezione.
Poiché i purganti amarono tiepidamente, l’Amore si fa fiamma per portarli alla Perfezione.
Poiché i maledetti arsero di tutti i fuochi, men che del Fuoco di Dio, il Fuoco dell’ira di Dio li arde in eterno. E nel fuoco è gelo.
Oh! che sia l’Inferno non potete immaginare.
Prendete tutto quanto è tormento dell’uomo sulla terra: fuoco, fiamma, gelo, acque che sommergono, fame, sonno, sete, ferite, malattie, piaghe, morte, e fatene una unica somma e moltiplicatela milioni di volte. Non avrete che una larva di quella tremenda verità.
Nell’ardore insostenibile sarà commisto il gelo siderale. I dannati arsero di tutti i fuochi umani avendo unicamente gelo spirituale per il Signore Iddio loro. E gelo li attende per congelarli dopo che il fuoco li avrà salati come pesci messi ad arrostire su una fiamma.
Tormento nel tormento questo passare dall’ardore che scioglie al gelo che condensa.
Oh! non è un linguaggio metaforico, poiché Dio può fare che le anime, pesanti delle colpe commesse, abbiano sensibilità uguali a quelle di una carne, anche prima che quella carne rivestano.
Voi non sapete e non credete. Ma in verità vi dico che vi converrebbe di più subire tutti i tormenti dei miei martiri anziché un’ora di quelle torture infernali.
L’oscurità sarà il terzo tormento. Oscurità materiale e oscurità spirituale.
Esser per sempre nelle tenebre dopo aver visto la luce del paradiso ed esser nell’abbraccio della Tenebra dopo aver visto la Luce che è Dio!
Dibattersi in quell’orrore tenebroso in cui si illumina solo, al riverbero dello spirito arso, il nome del peccato per cui sono in esso orrore confitti! Non trovare appiglio, in quel rimestio di spiriti che si odiano e nuocciono a vicenda, altro che nella disperazione che li rende folli e sempre più maledetti. Nutrirsi di essa, appoggiarsi ad essa, uccidersi con essa.
La morte nutrirà la morte, è detto. La disperazione è morte e nutrirà questi morti per l’eternità.
Io ve lo dico, io che pur l’ho creato quel luogo: quando sono sceso in esso per trarre dal Limbo coloro che attendevano la mia venuta, ho avuto orrore, io, Dio, di quell’orrore; e, se cosa fatta da Dio non fosse immutabile perché perfetta, avrei voluto renderlo meno atroce, perché sono l’Amore e di quell’orrore ho avuto dolore.
E voi ci volete andare.
Meditate, o figli, questa mia parola. Ai malati viene data amara medicina, agli affetti da cancri viene cauterizzato e reciso il male. Questa è per voi, malati e cancerosi, medicina e cauterio di chirurgo. Non rifiutatela. Usatela per guarirvi.
La vita non dura per questi pochi giorni della terra. La vita incomincia quando vi pare finisca, e non ha più termine.
Fate che per voi scorra là dove la luce e la gioia di Dio fanno bella l’eternità e non dove Satana è l’eterno Suppliziatore.» [30]
La prossima riflessione sulla nostra quinta affermazione del Credo sarà dedicata a:
4. UN PADRE DI MOLTI FIGLI DETTE AD OGNUNO DI ESSI, DIVENUTI ADULTI, LE STESSE COSE, DUE MONETE DI GRAN VALORE: IL TEMPO ED IL LIBERO ARBITRIO.

4. UN PADRE DI MOLTI FIGLI DETTE AD OGNUNO DI ESSI, DIVENUTI ADULTI, LE STESSO COSE, DUE MONETE DI GRAN VALORE: IL TEMPO ED IL LIBERO ARBITRIO.
4.1 Il Giudizio universale raccontato da Matteo…
Nei precedenti tre capitoli - riguardanti la parte del Credo concernente le riflessioni sul ‘di là ha da venire a giudicare i vivi e i morti’ – abbiamo sufficientemente approfondito - relativamente ai ‘limiti’ che questa nostra esposizione presenta - molti aspetti che riguardano il Giudizio particolare da parte di Dio, così come emergono dall’Opera valtortiana.
In particolare sono state valutate numerose sfaccettature del comportamento umano che il Signore considera nel prendere le sue decisioni.
Nel valutare il Giudizio particolare abbiamo tuttavia sempre avuto come ‘sfondo’ il Giudizio universale che si differenzia da quello particolare per due aspetti:
- è un Giudizio solenne e collettivo;
- riguarda non solo lo spirito, come il Giudizio particolare, ma anche il corpo resuscitato.
Quale sarà dunque la cornice finale entro la quale Gesù-Giudice - dopo la fine del mondo e del tempo - si mostrerà a tutti i resuscitati, miliardi e miliardi di persone, per emettere la sentenza finale che destina l’uomo – in anima e corpo – ad una vita eterna, sia nel Bene che nel Male?
Ce lo dice l’Evangelista Matteo nel suo Vangelo (i grassetti sono miei): [31]
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31Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria.
32Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, 33e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.
34Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, 35perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, 36nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi».
37Allora i giusti gli risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? 38Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? 39Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?».
40E il re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me».
41Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, 42perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, 43ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato».
44Anch'essi allora risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?».
45Allora egli risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me».
46E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».
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A ben riflettere, meditandolo con attenzione, è una immagine grandiosa, con Gesù seduto sul Trono della sua Gloria – Gloria non solo di Verbo divino ma anche di Redentore - contornato da schiere angeliche di tutti i gradi.
Con davanti a sé lo sterminato popolo degli uomini dal primo all’ultimo, tutti convocati per ascoltare il Giudizio finale.
I già giudicati ‘buoni’ al Giudizio particolare con dentro al cuore una trepida attesa e speranza, i ‘cattivi’ con dentro di sé il presentimento di un ulteriore inasprimento della condanna.
Il brano di Matteo – una sorta di parabola – ci ha già dato una idea che conferma quanto abbiamo già approfondito in precedenza.
Il Giudizio finale – cornice, premi e condanne a parte – sarà basato sul criterio dell’amore o disamore che avremo manifestato in vita.
Matteo – lo abbiamo già scoperto da piccoli indizi nei precedenti brani valtortiani – non era solo dotato di un’ottima memoria, tenuta in esercizio quando faceva l’esattore delle tasse - ma aveva l’abitudine, nei momenti di tranquillità, di riposo, di intervallo fra un viaggio apostolico e l’altro, di memorizzare e prendere appunti su quanto sentiva dire da Gesù su delle tavolette cerate.
Si trattava sempre di una sintesi, perché allora non vi erano né registratori né stenografi e spesso gli apostoli ascoltavano i discorsi in piedi e fra la calca del popolo desideroso di ascoltare l’oratoria sapiente e travolgente dell’Uomo-Dio, svolgendo inoltre il ruolo di ‘servizio d’ordine’ per proteggere Gesù dal troppo entusiasmo o dai pericoli rappresentati dalla casta dominante che gli era avversa.
E’ risaputo che gli apostoli non sempre intendessero bene il senso di quanto Gesù voleva far comprendere, avendo peraltro Gesù assicurato che dopo la sua ‘partenza’ avrebbe inviato il Consolatore, lo Spirito Santo, a far loro comprendere le cose che Egli aveva pur detto ma che essi non avevano ben compreso.
Tuttavia il ‘succo’ essi riuscivano a ricordarlo, aiutandosi fra loro, facendosi chiarire l’un l’altro certi concetti e poi rielaborandoli.
E’ quanto ha fatto appunto Matteo mettendo per iscritto il brano precedente.
4.2 Il Giudizio universale raccontato da Gesù!
Questo brano del Vangelo di Matteo, già di per sé chiaro, lo troviamo tuttavia analogo ma molto più arricchito da altri particolari ne ‘L’Evangelo come mi è stato rivelato’ dell’Opera valtortiana dove non c’è alcun ‘succo’ ma è Gesù stesso quello che Maria Valtorta – in visione - sente parlare ‘in diretta’. [32]
L’episodio descritto dalla mistica è di circa una quarantina di pagine ed io mi limiterò pertanto a trascrivere qui di seguito solo il brano sul Giudizio universale.
Siamo a Gerusalemme ed è il giorno del Mercoledì santo del quale abbiamo parlato quando avevamo schematizzato gli avvenimenti dei vari giorni della Settimana Santa che avevano preceduto la Passione di Gesù.
Gesù è nel Tempio dove - davanti ad una folla numerosa ed a Scribi e farisei – parla del maggiore dei comandamenti, dell’obolo della vedova e pronuncia una tremenda invettiva contro scribi e farisei che cospiravano per ucciderlo, preannunciando quindi una futura punizione divina per loro, per la città di Gerusalemme e per lo stesso intero Israele.
Alla fine – mentre la gente rimane ammutolita, divisa fra chi guarda con odio, chi con amore, chi con ammirazione per la Sapienza di Gesù – Egli, con i suoi dodici apostoli e i settantadue discepoli, fende la folla aprendosi un varco verso l’esterno ed uscendo dalle mura.
Dopo una pausa di riposo nell’ora del pranzo, Gesù con il gruppo di apostoli e discepoli si dirige verso il Monte Oliveto dove terrà un discorso.
Gli uomini – dice ad un certo punto Gesù - vedranno il Figlio dell’Uomo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria mentre comanderà ai suoi Angeli di ‘mietere e vendemmiare, e di separare i logli dal grano perché non ci sarà mai più perpetuazione della specie umana sulla Terra morta’.
Quanto poi al giorno e all’ora precisa – continua Gesù – nessuno li conosce, neppure gli Angeli del Signore, ma soltanto il Padre li conosce.
E continua in seguito, Gesù (i grassetti sono miei):
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(…)
Tutti gli uomini, nati che siano, devono morire, ed è una singola venuta del Cristo questa morte e questo susseguente giudizio, che avrà il suo ripetersi universale alla venuta solenne del Figlio dell'uomo.
Che sarà mai di quel servo fedele e prudente, preposto dal padrone ad amministrare il cibo ai domestici in sua assenza?
Beata sorte egli avrà se il suo padrone, tornando all'improvviso, lo trova a fare ciò che deve con solerzia, giustizia e amore. In verità vi dico che gli dirà: "Vieni, servo buono e fedele. Tu hai meritato il mio premio. Tieni, amministra tutti i miei beni".
Ma se egli pareva, e non era, buono e fedele, e nell'interno suo era cattivo come all'esterno era ipocrita, e partito il padrone dirà in cuor suo: "Il padrone tarderà a tornare!
Diamoci al bel tempo", e comincerà a battere e malmenare i conservi, facendo usura su loro nel cibo e in ogni altra cosa per avere maggior denaro da consumare coi gozzovigliatori e ubbriaconi, che avverrà? Che il padrone tornerà all'improvviso, quando il servo non se lo pensa vicino, e verrà scoperto il suo malfare, gli verrà levato posto e denaro, e sarà cacciato dove giustizia vuole. E ivi starà.
E così del peccatore impenitente, che non pensa come la morte può essere vicina e vicino il suo giudizio, e gode e abusa dicendo: "Poi mi pentirò".
In verità vi dico che egli non avrà tempo di farlo e sarà condannato a stare in eterno nel luogo del tremendo orrore, dove è solo bestemmia e pianto e tortura, e ne uscirà soltanto per il Giudizio finale, quando rivestirà la carne risorta per presentarsi completo al Giudizio ultimo come completo peccò nel tempo della vita terrena, e con corpo ed anima si presenterà al Giudice Gesù che egli non volle per Salvatore.
Tutti là accolti davanti al Figlio dell'uomo.
Una moltitudine infinita di corpi, restituiti dalla terra e dal mare e ricomposti dopo essere stati cenere per tanto tempo. E gli spiriti nei corpi.
Ad ogni carne tornata sugli scheletri corrisponderà il proprio spirito, quello che l'animava un tempo. E staranno ritti davanti al Figlio dell'uomo, splendido nella sua Maestà divina, seduto sul trono della sua gloria sorretto dai suoi angeli.
Ed Egli separerà uomini da uomini, mettendo da un lato i buoni e dall'altro i cattivi, come un pastore separa le pecorelle dai capretti, e metterà le sue pecore a destra e i capri a sinistra.
E dirà con dolce voce e benigno aspetto a quelli che, pacifici e belli di una bellezza gloriosa nello splendore del corpo santo, lo guarderanno con tutto l'amore del loro cuore: "Venite, o benedetti dal Padre mio, prendete possesso del Regno preparato per voi sino dall'origine del mondo. Perché ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi deste da bere, fui pellegrino e mi ospitaste, fui nudo e mi rivestiste, malato e mi visitaste, prigioniero e veniste a portarmi conforto".
E i giusti gli chiederanno: "Quando mai, Signore, ti vedemmo affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti vedemmo pellegrino e ti abbiamo accolto, nudo e ti abbiamo rivestito? Quando ti vedemmo infermo e carcerato e siamo venuti a visitarti?".
E il Re dei re dirà loro: "In verità vi dico: quando avete fatto una di queste cose ad uno di questi minimi fra i miei fratelli, allora lo avete fatto a Me".
E poi si volgerà a quelli che saranno alla sua sinistra e dirà loro, severo nel volto, e i suoi sguardi saranno come saette fulminanti i reprobi, e nella sua voce tuonerà l'ira di Dio: "Via di qua! Via da Me, o maledetti! Nel fuoco eterno preparato dal furore di Dio per il demonio e gli angeli tenebrosi e per coloro che li hanno ascoltati nelle loro voci di libidine triplice e oscena. Io ebbi fame e non mi sfamaste, sete e non mi dissetaste, fui nudo e non mi rivestiste, pellegrino e mi respingeste, infermo e carcerato e non mi visitaste. Perché non avevate che una legge: il piacere del vostro io".
Ed essi gli diranno: "Quando ti abbiamo visto affamato, assetato, nudo, pellegrino, infermo, carcerato? In verità noi non ti abbiamo conosciuto. Non eravamo, quando Tu eri sulla Terra".
Ed Egli risponderà loro: "È vero. Non mi avete conosciuto. Perché non eravate quando Io ero sulla Terra.
Ma avete però conosciuto la mia Parola e avete avuto i poveri fra voi, gli affamati, i sitibondi, i nudi, i malati, i carcerati. Perché non avete fatto ad essi ciò che forse avreste fatto a Me?
Perché non è già detto che coloro che mi ebbero fra loro fossero misericordiosi col Figlio dell'uomo. Non sapete che nei miei fratelli Io sono, e dove è uno di essi che soffra là sono Io, e che ciò che non avete fatto ad uno di questi miei minori fratelli lo avete negato a Me, Primogenito degli uomini?
Andate e ardete nel vostro egoismo. Andate, e vi fascino le tenebre e il gelo perché tenebra e gelo foste, pur conoscendo dove era la Luce e il Fuoco d'Amore".
E costoro andranno all'eterno supplizio, mentre i giusti entreranno nella vita eterna.
Queste le cose future... Ora andate. E non dividetevi fra voi. Io vado con Giovanni e sarò a voi a metà della prima vigilia, per la cena e per andare poi alle nostre istruzioni».
«Anche questa sera? Tutte le sere faremo questo? Io sono tutto indolenzito dalle guazze. Non sarebbe meglio entrare ormai in qualche casa ospitale? Sempre sotto le tende! Sempre veglianti e nelle notti, che sono fresche e umide...», si lamenta Giuda.
«É l'ultima notte. Domani... sarà diverso».
«Ah! Credevo che volessi andare al Getsemani tutte le notti. Ma se è l'ultima...».
«Non ho detto questo, Giuda. Ho detto che sarà l'ultima notte da passare al campo dei Galilei tutti uniti. Domani prepareremo la Pasqua e consumeremo l'agnello, e poi andrò Io solo a pregare nel Getsemani. E voi potrete fare ciò che volete».
«Ma noi verremo con Te, Signore! Quando mai abbiamo voglia di lasciarti?», dice Pietro.
«Tu taci, che sei in colpa. Tu e lo Zelote non fate che svolazzare qua e là appena il Maestro non vi vede. Vi tengo d'occhio. Al Tempio... nel giorno... nelle tende lassù...», dice l'Iscariota, lieto di denunciare.
«Basta! Se essi lo fanno, bene fanno. Ma però non mi lasciate solo... Io ve ne prego...».
«Signore, non facciamo nulla di male. Credilo. Le nostre azioni sono note a Dio ed il suo occhio non si torce da esse con disgusto», dice lo Zelote.
«Lo so. Ma è inutile. E ciò che è inutile può sempre essere dannoso. State il più possibile uniti».
Poi si volge a Matteo: «Tu, mio buon cronista, ripeterai a costoro la parabola delle dieci vergini savie e delle dieci stolte, e quella del padrone che dà dei talenti ai suoi tre servi perché li facciano fruttare, e due ne guadagnano il doppio e l'infingardo lo sotterra. Ricordi?».
«Si, Signor mio, esattamente».
«Allora ripetile a questi. Non tutti le conoscono. E anche quelli che le sanno avranno piacere a riascoltarle. Passate così in sapienti discorsi il tempo sino al mio ritorno. Vegliate! Vegliate! Tenete desto il vostro spirito. Quelle parabole sono appropriate anche a ciò che dissi. Addio. La pace sia con voi».
Prende Giovanni per mano e si allontana con lui verso la città... Gli altri si avviano verso il campo galileo.
Dice Gesù: «Metterai qui la seconda parte del faticosissimo Mercoledì Santo. Notte (1945). Ricordati di segnare in rosso i punti che ti ho detto. Dànno luce quelle parolette. Tanta luce, per chi la sa vedere».
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Non possiamo che concordare con Gesù quando Egli chiama Matteo ‘mio buon cronista’.
Erano tutti – Gesù, apostoli e discepoli - sul Monte Uliveto, seduti sull’erba sotto gli alberi. Ascoltavano tutti Gesù, ma il più attento doveva essere proprio Matteo con la sua memoria prodigiosa di ‘cronista’, impegnato questa volta non solo a ricordare il ‘succo’ ma forse a scrivere velocemente e quasi integralmente su una tavoletta cerata questa parte finale del discorso di Gesù, tanto il brano già all’inizio citato del Vangelo di Matteo è fedele al discorso tenuto da Gesù nella visione trascritta dalla mistica Valtorta.
4.3 Il Giudizio universale in parabola.
Avete appena letto sopra che Gesù dava molta importanza alle parabole appropriate a ciò che Egli andava dicendo, come quella delle dieci vergini stolte e delle dieci savie e quella del Padrone che dà i talenti ai suoi tre servi perché li facciano fruttare, parabole che Matteo dice a Gesù di ricordare ‘esattamente’, tanto che poi le metterà ‘ in succo’ nel suo Vangelo.[33]
Cosa ne direste se allora ve ne riportassi io qui una – di parabola - che, come Matteo, ricordo ‘esattamente’ anch’io… - e che più ‘appropriata’ non potrebbe essere a quanto Gesù ha sopra detto in merito al Giudizio finale? [34]
Gesù – in questo episodio dell’Opera valtortiana – lo vediamo con i suoi apostoli a Cesarea Marittima, splendida e ricca città della Galilea sul mar Mediterraneo, ad una sessantina di chilometri in linea d’aria dal Lago di Tiberiade. Porto di commerci marittimi ma anche luogo di vacanza in riva al mare. Bei palazzi, empori raffinati, mercati dove ricchi romani – discesi da lettighe portate da schiavi e con seguito di altri schiavi carichi di cose acquistate – discutono oziosamente e mollemente fra di loro.
Fra questi, un gruppetto dove uno di essi, un certo Ennio - evidentemente ricchissimo oltre che gaudente e dissoluto perché lo si capisce dai suoi discorsi -  invita gli altri due: Floro Turo Cornelio e Marco Eracleo Flavio, a partecipare ad una grande festa che si terrà in serata a casa sua, con cibi prelibatissimi fatti appositamente giungere dall’estero e vini eccellenti venuti dall’Italia.
Lo scopo della festa, anzi dell’orgia – risponde lui agli altri due che glielo chiedono facendo commenti sguaiati – è quello di festeggiare le sue ‘nozze’ perché – aggiunge lui – ben di ‘nozze’ si tratta ‘ogni qualvolta uno deliba il primo sorso ad un’anfora chiusa’, cosa che egli avrebbe fatto quella sera avendo comprato una fanciullina tredicenne, importata dalla Gallia come schiava, avendola pagata ben ventimila sesterzi.
Non mancano fra i tre le battute sul ‘Nazareno’ per colpa del quale molte donne romane alla Corte di Gerusalemme ma che sono evidentemente in vacanza lì a Cesarea, - a cominciare da Claudia Procula, moglie di Ponzio Pilato - si sarebbero date da qualche tempo a costumi castigatissimi proprio dopo aver ascoltato a Gerusalemme e anche altrove i suoi discorsi sull’anima immortale, sulla castità, ecc. ecc.:
I due amici di Ennio sono incuriositi e sono curiosi di saperne di più sulla fanciullina (i grassetti sono miei):
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30 aprile 1946.
(…)
«Ma dove l'hai trovata?».
«Eh! ci fu chi fu sagace e acquistò schiavi dopo le guerre galliche e non li usò che come riproduttori, tenendoli bene, solo soggetti a procreare per dare fiori novelli di bellezza... E Galla è un di questi. Ora è pubere, e il padrone l'ha venduta... e io l'ho comperata... ah! ah! ah!».
«Libidinoso! ».
«Se non ero io, era un altro... Perciò... Non doveva nascere femmina...».
«Se ti udisse... Oh! eccolo!».
«Chi?».
«Il Nazareno che ha stregato le nostre dame. È alle tue spalle...».
Ennio si volta come avesse alle spalle un aspide. Guarda Gesù che avanza lentamente fra la gente che gli si accalca intorno, povera gente del popolo e anche schiavi di romani, e ghigna: «Quello straccione?! Le donne sono delle depravate. Ma fuggiamo, che non streghi noi pure! Voi», dice finalmente ai poveri suoi schiavi, rimasti tutto il tempo sotto i loro carichi, simili a cariatidi per le quali non c'è pietà, «voi andate a casa e lesti, ché avete perso tempo fino ad ora e i preparatori attendono le spezie, i profumi. Di corsa! E ricordate che c'è la sferza se tutto non è pronto al tramonto».
Gli schiavi vanno via di corsa, e più lentamente li segue il romano coi due amici...
Gesù si avanza. Mesto, perché ha sentito la finale della conversazione di Ennio, e dall'alto della sua statura guarda con infinita compassione gli schiavi correnti sotto il loro peso.
Si volge intorno, cerca altri volti di schiavi di romani... Ne vede alcuni, trepidanti fra la paura di esser sorpresi dagli intendenti o scacciati dagli ebrei, mescolati fra la turba che lo stringe, e dice fermandosi: «Non vi è alcuno di quella casa fra voi?».
«No, Signore. Ma li conosciamo», rispondono gli schiavi presenti.
«Matteo, da' loro abbondante obolo. Lo spartiranno coi compagni perché sappiano che c'è chi li ama. E voi sappiate, e ditelo agli altri, che con la vita cessa soltanto il dolore per quelli che furono buoni e onesti nelle loro catene, e col dolore la differenza fra ricchi e poveri, fra liberi e schiavi. Dopo c'è un unico e giusto Iddio per tutti, il Quale, senza tener conto di censo o di catene, darà premio ai buoni e castigo ai non buoni. Ricordatevelo».
«Sì, o Signore. Ma noi delle case di Claudia e Plautina siamo abbastanza felici, come quelli di Livia e Valeria, e ti benediciamo perché Tu ci hai migliorato la sorte», dice un vecchio che da tutti è ascoltato come un capo.
«Per mostrarmi che mi avete gratitudine, siate sempre più buoni, e avrete il vero Dio a vostro eterno Amico».
E Gesù alza la mano come per licenziare e benedire, e poi si addossa ad una colonna e inizia a parlare fra l'attento silenzio della folla. Né già gli schiavi si allontanano, ma restano, ascoltando le parole uscenti dalla bocca divina.
«Udite. Un padre di molti figli dette ad ognuno di essi, divenuti adulti, due monete di molto valore e disse loro: "Io non intendo più lavorare per ognuno di voi. Ormai siete in età di guadagnarvi la vita. Perciò dò ad ognuno uguale misura di denaro, perché la impieghiate come più vi piace e a vostro utile. Io resterò qui in attesa, pronto a consigliarvi, pronto anche ad aiutarvi se per involontaria sciagura perdeste in tutto o in parte il denaro che ora vi do. Però ricordatevi bene che sarò inesorabile per chi lo disperde con malizia volontaria e per i fannulloni che lo consumano o lo lasciano quale è con l'ozio o coi vizi.
A tutti ho insegnato il Bene e il Male. Non potete perciò dire che andate ignoranti incontro alla vita. A tutti ho dato esempio di operosità saggia e giusta e di vita onesta.
Perciò non potete dire che vi ho corrotto lo spirito col mio mal esempio. Io ho fatto il mio dovere. Ora voi fate il vostro, ché scemi non siete, né impreparati, né analfabeti. Andate", e li licenziò rimanendo solo, in attesa, nella sua casa.
I figli si sparsero per il mondo. Avevano tutti le stesse cose: due monete di gran valore, di cui potevano liberamente disporre, e un più grande tesoro di salute, energia, cognizioni ed esempi paterni. Perciò avrebbero dovuto riuscire tutti ad un modo. Ma che avvenne?
Che fra i figli, chi bene usò delle monete e si fece presto un grande e onesto tesoro con il lavoro indefesso e onesto e una vita morigerata, regolata sugli insegnamenti paterni; e chi sulle prime fece onestamente fortuna, ma poi la disperse con l'ozio e le crapule; e chi fece denaro con usure o commerci indegni; e chi non fece nulla perché fu inerte, pigro, incerto, e finì le monete di molto valore senza aver ancora potuto trovare un'occupazione qualsiasi.
Dopo qualche tempo, il padre di famiglia mandò servi in ogni dove, là dove sapeva essere i suoi figli, e disse ai servi: "Direte ai miei figli di radunarsi nella mia casa. Voglio mi rendano conto di cosa hanno fatto in questo tempo, e rendermi conto da me stesso delle loro condizioni".
E i servi andarono per ogni dove e raggiunsero i figli del loro padrone, fecero l'ambasciata, e ognuno tornò indietro col figlio del padrone che aveva raggiunto.
Il padre di famiglia li accolse con molta solennità. Da padre, ma anche da giudice.
E tutti i parenti della famiglia erano presenti, e coi parenti gli amici, i conoscenti, i servi, i compaesani e quelli dei luoghi limitrofi. Una solenne adunanza.
Il padre era sul suo scranno di capo famiglia, intorno a semicerchio tutti i parenti, amici, conoscenti, servi, compaesani e limitrofi.
Di fronte, schierati, i figli.
Anche senza interrogazioni, il loro aspetto diverso dava risposta sulla verità.
Coloro che erano stati operosi, onesti, morigerati e avevano fatto santa fortuna, avevano l'aspetto florido, pacifico e benestante di chi ha larghi mezzi, buona salute e serenità di coscienza. Guardavano il padre con un sorriso buono, riconoscente, umile ma insieme trionfante, splendente della gioia di avere onorato il padre e la famiglia e di essere stati buoni figli, buoni cittadini e buoni fedeli.
Quelli che avevano sciupato nell'ignavia o nel vizio i loro averi stavano mortificati, mogi, sparuti nell'aspetto e, nelle vesti, coi segni delle crapule o della fame chiaramente impressi su tutti loro.
Quelli che avevano fatto fortuna con delittuose manovre avevano l'aggressività, la durezza sul volto, lo sguardo crudele e turbato di belve che temono il domatore e che si preparano a reagire...
Il padre iniziò l'interrogatorio da questi ultimi: "Come mai, voi che eravate di così sereno aspetto quando partiste, ora parete fiere pronte a sbranare? Da dove vi viene quell'aspetto?".
"La vita ce lo ha dato. E la tua durezza di mandarci fuori di casa. Tu ci hai messo a contatto col mondo".
"Sta bene. E che avete fatto nel mondo?".
"Ciò che potemmo per ubbidire al tuo comando di guadagnarci la vita col niente che ci hai dato".
"Sta bene. Mettetevi in quell'angolo...
E ora a voi, magri, malati e malvestiti. Che faceste per ridurvi così? Eravate pure sani e ben vestiti quando partiste".
"In dieci anni gli abiti si logorano...", obbiettarono i fannulloni.
"Non ci sono dunque più telai nel mondo che facciano stoffe per le vesti degli uomini?".
"Sì... Ma ci vogliono denari per comperarle...".
"Li avevate".
"In dieci anni... si sono più che finiti. Tutto ciò che ha principio ha fine".
"Sì, se se ne leva senza mettervene. Ma perché voi avete soltanto levato? Se aveste lavorato, potevate mettere e levare senza che il denaro finisse, ma anzi ottenendo che aumentasse. Siete stati forse malati?".
"No, padre".
"E allora?".
"Ci sentimmo spersi... Non sapevamo che cosa fare, che fosse buono... Temevamo di far male. E per non fare male non facemmo nulla".
"E non c'era il padre vostro a cui rivolgervi per consiglio? Sono forse stato mai padre intransigente, pauroso?".
"Oh, no! Ma ci vergognavamo di dirti: 'Non siamo capaci di prendere iniziative'. Tu sei sempre stato così attivo... Ci siamo nascosti per vergogna".
"Sta bene. Andate nel mezzo della stanza. A voi!
E che mi dite voi? Voi che all'aspetto della fame unite quello della malattia? Forse che il troppo lavoro vi ha resi malati? Siate sinceri e non vi sgriderò. Alcuni degli interpellati si gettarono in ginocchio battendosi il petto e dicendo: "Perdonaci, o padre! Già Dio ci ha castigati e ce lo meritiamo. Ma tu, che sei padre nostro, perdonaci!... Abbiamo iniziato bene; ma non abbiamo perseverato. Trovandoci facilmente ricchi, dicemmo: 'Orbene, ora godiamo un po', come ci suggeriscono gli amici, e poi torneremo al lavoro e rifaremo il disperso'. E volevamo fare così, in verità. Tornare alle due monete e poi rifarle fruttare, come per giuoco. E per due volte (dicono due) per tre (dice uno) ci riuscimmo. Ma poi la fortuna ci abbandonò... e consumammo tutto il denaro”.
"Ma perché non vi siete ripresi dopo la prima volta?".
"Perché il pane speziato del vizio corrompe il palato, e non si può più farne senza...
"C'era vostro padre...".
‘’E’ vero. E a te sospiravamo con rimpianto e nostalgia. Ma noi ti abbiamo offeso... Supplicavamo il Cielo di ispirarti di chiamarci per ricevere il tuo rimprovero e il tuo perdono; questo chiedevamo e chiediamo, più delle ricchezze che non vogliamo più, perché ci hanno traviati".
"Sta bene. Mettetevi voi pure presso quelli di prima, al centro della stanza. E voi, malati e poveri come questi, ma che tacete e non mostrate dolore, che dite?".
"Ciò che dissero i primi. Che ti odiamo perché col tuo imprudente agire ci hai rovinati. Tu che ci conoscevi non dovevi lanciarci nelle tentazioni. Ci hai odiato e ti odiamo. Ci hai fatto questo tranello per liberarti di noi. Sii maledetto".
"Sta bene. Andate coi primi in quell'angolo. Ed ora a voi, floridi, sereni, ricchi figli miei. Dite. Come siete giunti a questo?"
"Mettendo in pratica i tuoi insegnamenti, esempi, consigli, ordini, tutto. Resistendo ai tentatori per amore di te, padre benedetto che ci hai dato la vita e la sapienza".
"Sta bene. Venite alla mia destra e udite tutti il mio giudizio e la mia difesa. Io ho dato a tutti ad un modo di denaro e di esempio e sapienza.
I miei figli hanno risposto in maniere diverse.
Da un padre lavoratore, onesto, morigerato, sono usciti dei simili a lui, poi degli oziosi, dei deboli facili a cadere in tentazione e dei crudeli che odiano il padre, i fratelli e il prossimo su cui, anche se non lo dicono lo so, hanno esercitato usura e delitto.
E nei deboli e negli oziosi ci sono i pentiti e gli impenitenti.
Ora io giudico.
I perfetti già sono alla mia destra, pari a me nella gloria come nelle opere; i pentiti staranno di nuovo, come fanciulli ancora da istruirsi, soggetti fino a che non avranno raggiunto il grado di capacità che li faccia di nuovo adulti; gli impenitenti e colpevoli siano gettati fuori dei miei confini e perseguitati dalla maledizione di chi non è più loro padre, perché il loro odio per me annulla i rapporti della paternità e della figliolanza fra noi.
Però ricordo a tutti che ognuno si è fatto la sua sorte, perché io ho dato a tutti le stesse cose che, nei riceventi, hanno prodotto quattro diverse sorti, e non posso essere accusato di aver voluto il loro male".
La parabola è finita, o voi che avete ascoltato. Ed ora vi do i paragoni di essa.
Il Padre dei Cieli è adombrato dal padre di numerosa famiglia.
Le due monete date dal padre a tutti i figli prima di mandarli nel mondo sono il tempo e la libera volontà che Dio dà ad ogni uomo, perché li usi come meglio crede, dopo essere stato ammaestrato ed edificato con la Legge e gli esempi dei giusti.
A tutti, uguali doni. Ma ogni uomo li usa come la sua volontà vuole.
Chi tesorizza il tempo, i mezzi, l'educazione, il censo, tutto, nel bene e si mantiene sano e santo, ricco di moltiplicata ricchezza.
Chi comincia bene e poi si stanca e disperde.
Chi non fa nulla pretendendo che gli altri facciano.
Chi accusa il Padre dei suoi errori; chi si pente, disposto a riparare; chi non si pente e accusa e maledice come se la sua rovina fosse stata forzata da altri.
E Dio ai giusti dà subito premio; ai pentiti misericordia e tempo di espiare per giungere al premio per il loro pentimento ed espiazione; e dà maledizione e castigo a chi calpesta l'amore con l'impenitenza conseguente al peccato. A ognuno dà il suo.
Non disperdete dunque le due monete - il tempo e il libero arbitrio - ma usateli con giustizia per essere alla destra del Padre e, se avete mancato, pentitevi e abbiate fede nel misericordioso Amore. Andate. La pace sia con voi!».
Li benedice e li guarda allontanarsi sotto il sole che inonda piazza e vie. Ma gli schiavi sono ancora là...
«Ancor qui, poveri amici? E non sarete puniti?».
«No, Signore, se diremo che abbiamo udito Te. Le nostre padrone ti venerano. Dove andrai ora, Signore? Ti desiderano da tanto...».
«Presso il cordaio del porto. Ma parto questa sera, e le vostre padrone saranno alla festa...».
«Lo diremo ugualmente. Ce lo hanno ordinato di segnalare ogni tuo passaggio, da mesi e mesi».
«Va bene. Andate. E voi pure fate buon uso del tempo e del pensiero, che è sempre libero anche se l'uomo è in catene».
Gli schiavi si curvano fino a terra e se ne vanno verso i quartieri romani. Gesù e i suoi, per una vietta modesta, verso il porto.
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Nel prossimo ciclo di riflessioni approfondiremo l’affermazione del Credo:
6. CREDO NELLO SPIRITO SANTO  


[1] Padre Enrico Zoffoli: Dizionario del Cristianesimo
[2] 16, 19-31: Parabola del ricco e del povero
19C'era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti.
20Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, 21bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
22Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto.
23Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui.   
24Allora gridando disse: «Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma».
25Ma Abramo rispose: «Figlio, ricordati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti.
26Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi».
27E quello replicò: «Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, 28perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento».
29Ma Abramo rispose: «Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro». 30E lui replicò: «No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno». 31Abramo rispose: «Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti»».
[3] M.V.: L’Evangelo come mi è stato rivelato’ – Vol. III, Cap. 191.5 – C.E.V.
[4] Gv 3, 1-5
[5] M.V.: ‘L’Evangelo come mi è stato rivelato’ – Vol. IV – Cap. 290 - Centro Ed. Valtortiano
[6] Maria Valtorta: ‘I Quaderni del 1944’ – Dettato 11.1.44, ore 10 – C.E.V.
[7] Rm 2, 1-8: 1 Tu dunque, o uomo, chiunque tu sia, ti rendi inescusabile, perché nel giudicare gli altri condanni te stesso, facendo le medesime cose che tu condanni. Ciascuno sarà giudicato secondo le opere 2 Or noi sappiamo che il giudizio di Dio contro coloro che fanno tali cose è secondo verità. 3 E tu, o uomo che giudichi quelli che fanno tali cose e le fai, credi forse di sfuggire al giudizio di Dio? 4 Ovvero disprezzi le ricchezze della sua bontà, della sua pazienza, della sua tolleranza? E non sai che la bontà di Dio t’invita a penitenza? 5 Ma tu, colla tua durezza e col cuore impenitente, ti accumuli un tesoro d’ira pel giorno dell’ira e della manifestazione del giusto giudizio di Dio, 6 che renderà a ciascuno secondo le opere: 7 a quelli che, perseveranti nel bene, cercano la gloria, l’onore e l’immortalità, la vita eterna; 8 a quelli che, ostinati, non dànno retta alla verità, ma obbediscono all’ingiustizia, ira e indignazione.  
[8] M.V.: ‘Lezioni sull’Epistola di Paolo ai romani’ – Dettato 11 gennaio 1948 – Lezione 7a - C.E.V.
[9] Matteo 7, 21; Luca 6, 46
[10] 2 Luca 18, 9-14
[11] Matteo, Capp. 5, 6, 7
[12] Matteo 7, 1; Luca 6, 37
[13] Galati 5, 22
[14] M.V.: ‘L’Evangelo come mi è stato rivelato’ – Vol. VII, Cap. 451.6 – C.E.V.
[15] Rm 2, 12: 12 Tutti quelli che senza legge hanno peccato, senza legge periranno; e tutti quelli che sotto una legge han peccato, saranno da essa condannati; 13 non quelli infatti che ascoltano la legge son giusti dinanzi a Dio, ma quelli che la mettono in pratica saranno giustificati. 14 Quando i Gentili, che non hanno legge, fanno naturalmente ciò che la legge impone, non avendo legge, son legge a se stessi; 15 e mostrano che il tenor della legge è scritto nel loro cuore, testimone la loro coscienza ed i pensieri che a vicenda tra di loro accusano od anche difendono, 16 nel giorno in cui, secondo il mio Vangelo, Dio giudicherà per mezzo di Gesù Cristo le azioni segrete degli uomini.
M.V.: ‘Lezioni sull’Epistola di Paolo ai romani’ – Dettato 16.1.1948 – C.E.V.
[16] Maria Valtorta: ‘Lezioni sull’Epistola di Paolo ai Romani’ – Dettato 16.01.48 – C.E.V.
[17] Luca 2, 14
[18] Genesi 1, 27
[19] Matteo 25, 14-30
[20] Apocalisse 5, 9-10
[21] Matteo 27, 45-50
[22] Ap 7, 2-3
[23] M.V.: ‘L’Evangelo come mi è stato rivelato’ – Vol. VII – Cap. 456.5 – C.E.V.
[24] N.d.A.: Per maggiori ragguagli sul Limbo come inteso nell'Opera della grande mistica, vedere fra i tanti brani - da 'L'Evangelo come mi è stato rivelato' di Maria Valtorta - i seguenti: Capp. 157.4, 208.2, 300.4, 305.5, 406.7, 406.8, 406.9, 406.10, 406.11, 406.12, 444.6, 520.7, 534.4, 550.4
[25] M.V.: 'L'Evangelo come mi è stato rivelato' in 10 volumi, Vol. VII, Cap. 444.6 - Centro Ed. Valtortiano
[26] N.d.A.: Giudizio di Dio che terrà ovviamente conto anche del sempre possibile ‘pentimento perfetto’
[27] Rm 2, 9-10-11: 9 Tribolazione ed angoscia sopra ogni anima d’uomo che fa il male, del Giudeo prima, poi del Greco; 10 gloria e onore e pace a chiunque fa il bene, al Giudeo prima, poi al Greco; 11 perché non v’è accettazione di persone avanti a Dio.
[28] M.V.: 'Lezioni sull'Epistola di Paolo ai Romani' - 14.01.48 - Centro Ed. Valtortiano
[29] M.V.: 'L'Evangelo come mi è stato rivelato' - 'I Quaderni del 1944' -  Dettato 15.01.44 - C.E.V.
[30] N.d.A.: con riferimento alla precedente frase di Gesù: ‘Io ve lo dico, io che pur l’ho creato quel luogo: quando sono sceso in esso per trarre dal Limbo coloro che attendevano la mia venuta, ho avuto orrore, io, Dio, di quell’orrore; e, se cosa fatta da Dio non fosse immutabile perché perfetta, avrei voluto renderlo meno atroce, perché sono l’Amore e di quell’orrore ho avuto dolore…’, frase che sembra fare intendere che Gesù dopo la sua Morte sarebbe disceso all’Inferno, ritengo opportuno richiamare qui per la seconda volta l’attenzione sulla spiegazione data dallo stesso Gesù valtortiano riportata nel precedente paragrafo 4.2 del ‘Capitolo 4. Cattura di Gesù al Getsemani, processo, morte, sepoltura e discesa agli Inferi’, di cui alla precedente riflessione sul Credo: ‘3. PATÌ SOTTO PONZIO PILATO, FU CROCIFISSO, MORÌ E FU SEPOLTO; DISCESE AGLI INFERI’:
^^^^
In data 31.1.47 (Quaderni 1945/1950) la mistica chiede, infatti, a Gesù se Egli voglia soddisfare una domanda che le era stata fatta tempo addietro da un Padre Servita, forse G.P. Berti, per propria iniziativa o suggerimento di altri, circa la discesa di Gesù all’Inferno, termine quest’ultimo contenuto in un precedente dettato e che lei pensava avesse ‘urtato’ qualcuno, parola che lei incidentalmente aveva appunto ritrovato accennata in un Dettato di Gesù del 15.1.44.
Scrive Maria Valtorta (i grassetti sono sempre i mei):
^^^^
31-1-47.
(…)
Mi permetto anche di ripetere a Gesù, presente e buonissimo, una domanda che mi fu fatta da qualche Padre Servita, non so di preciso chi, ma mi sembra P. Berti, non so se per propria iniziativa o per suggerimento di altri, circa la discesa di Gesù all’inferno, e che incidentalmente ho ritrovata accennata in data 15.1.44 e che sembra abbia urtato qualcuno.
Mi risponde...
Giunge ora la lettera di P. Berti che mi chiede di fare un pro-memoria da presentarsi al S. Padre.
E Gesù sorridendo, tutto luminoso, mi dice appena mi viene portata la lettera: “Aprila e leggila”.
Cosa che faccio, rimanendo sbalordita come tutte le volte che c’è rispondenza fra le parole di Gesù e ciò che succede.
Gesù, sempre sorridendo, dice: “Ecco perché proprio ora, dopo quattro mesi, ti accontento e per questo Padre, al quale ti ho detto già che potevi comunicare questo punto.
Per gli altri punti, sai a chi devi e quando e come notificarli. E ora ascolta, ché ripeto il principio”.
Dice Gesù: «Darai queste parole a P. Berti, ormai sai che è lui che te ne chiese: Quando alla mia Maria ho dettato il dettato del 15.1.44 e ho detto: “quando sono sceso in esso per trarre dal limbo coloro che attendevano la mia venuta ho avuto orrore di quell’orrore e, se cosa fatta da Dio non fosse immutabile perché perfetta, avrei voluto renderlo meno atroce perché sono l’Amore e di quell’orrore ho avuto dolore”, ho voluto parlare dei diversi luoghi d’oltre tomba, dove erano i trapassati, presi in generale, e detti “inferno” per opposizione al Paradiso dove è Dio.
Quando, nel sovrabbondare del mio gaudio dopo la consumazione del Sacrificio, io ho potuto aprire il Limbo ai giusti e trarre dal Purgatorio moltissimi spiriti, ho fremuto di orrore contemplando nel mio pensiero che solo per il luogo di dannazione non c’era redenzione né mutazione di orrore. Ma non entrai in esso. Non era giusto e utile farlo.
Vi stupisce che abbia tratto anche dal Purgatorio molte anime?
Pensate: se una S. Messa può liberare un penante, e sempre serve ad abbreviare e addolcire la purgazione, cosa non sarà stato il reale Sacrificio dell’Agnello divino per i purganti?
Io, Sacerdote e Vittima, ho ad essi applicato i miei meriti e il mio Sangue, ed Esso ha fatto bianche le stole non ancor totalmente fatte candide dal bianco fuoco della carità purgativa[30].
Mandagli questo e la mia benedizione.»
[31] Mt 25, 31-46 – La Sacra Bibbia – Ed. CEI 2008
[32] Maria Valtorta: ‘L’Evangelo…’ – Vol. IX, Cap. 596.43/52 - Ed. CEV
[33] Mt 25, 1-30 – La Sacra Bibbia
[34] M.V.: ‘L’Evangelo come mi è stato rivelato’ – Vol. VI, Cap. 425.7-10 - Centro Ed. Valtortiano



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