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> Una lettera per Natale: spegnete le luci

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Pubblicato da in Articoli di Radio Spada ·
Tags: PresepeNataleNewmanRedenzione
Nuovo articolo su Radio Spada
di Isidoro

di Isacco Tacconi


Ci sono solo due modi di vivere la vita, o come in prosa, o in versi. Per alcuni l’esistenza è impietosa ma non sono possibili vie intermedie, “terze soluzioni”. O una vita prosaica, materiale, pragmatica e “tutta qui”, oppure, una «vita poetica», un’esistenza cantata, eseguita in un fraseggio mirabile di rime ascendenti verso «l'amor che move il sole e l'altre stelle».
Secondo il cardinal John Henry Newman quello poetico era lo stato originario dei nostri Progenitori nel giardino di Eden, e tale condizione, a detta sua, è stata riportata nel mondo, dopo la Redenzione, nella forma di vita monastica. I monaci secondo il cardinale oratoriano sono “poeti” che rivivono nella ripetitiva esecuzione dei loro gesti quella quiete propria della condizione di grazia e giustizia di Adamo ed Eva. Una poesia che rivive nella silenziosa quiete del Presepio, una poesia che vede raccolti in un crocevia tra cielo e terra pastori ed angeli, re e miserabili. In fondo, cosa c’è di più poetico a questo mondo della grotta di Betlemme? Quale raffigurazione più incantevole di quella in cui un bambino vagisce mentre il vento nevoso avvolge le colline di quella terra che nella sua nascita viene santificata mentre stupiscono gli spiriti celesti e commossi adorano gli umili guardiani dei greggi notturni?

In quella scarna e spoglia grotta, rifugio di pastori e di bestie domestiche, Iddio eterno ha posto il suo trono, a guardia del quale due insolite sentinelle vegliano silenziose. Secondo la tradizione dei Padri il Bue è il simbolo di quella porzione del Popolo d’Israele che riconobbe in Gesù il Cristo profetizzato, mentre l’asino rappresenta i Gentili a cui si estende la Promessa fatta ad Abramo. È nella grotta di Betlemme che avviene la prima mistica e simbolica unione tra le due discendenze: “E’ in quel momento – scrive Mons. De La Bouillerie nel 1864– che si compie la parola del profeta Isaia: ‘Il bue ha riconosciuto il suo maestro, l’asino ha riconosciuto la stalla dove il suo maestro lo nutre’. La parte fedele del popolo ebraico ha visto in Gesù Cristo il divino legislatore di cui Mosè non era che una lontana anticipazione. E il gentilesimo – ci dice Sant’Ambrogio -, che fino a quel momento non si era nutrito che del fieno vile dell’errore, ha compreso che il suo vero alimento era il pane disceso dal Cielo”.

Noi avremo modo di far notare – continua De La Bouillerie – che il popolo ebraico, abituato fin dall’origine ai servizi dell’antica legge, è rappresentato dal bue, mentre l’asino, come abbiamo detto in precedenza, è l’emblema del gentilesimo. Così, ogni volta che la Sacra Scrittura ci descrive questi due animali riuniti, il nostro pensiero deve portarsi in direzione delle due parti del popolo eletto: il giudaismo fedele ed il gentilesimo convertito”.

Ma di una considerazione tutta speciale deve essere oggetto per noi la figura dell’asino nel Presepe perché: “tra gli animali che ci servono – ricorda De La Bouillerie – l’asino occupa l’ultimo posto. Meno bello e meno nobile del cavallo, meno robusto del bue, non è altro che il piccolo servo del povero, con la sua montatura, il suo tiro, il suo essere bestia da carico; e mentre altri animali, per la finezza e la vivacità del loro istinto, imitano in qualche modo l’intelligenza umana, l’asino rimane nell’opinione degli uomini come l’emblema dell’ignoranza e della limitatezza dello spirito. Ecco tuttavia che questo umile animale, oggetto delle canzonature di tutti, ci è mostrato in parecchie parti dei nostri santi libri compartecipe in sante azioni e ornato di bei privilegi che lo nobilitano agli occhi del cristiano: e ricorda continuamente che ciò che è piccolo e disprezzabile per gli uomini diventa sovente oggetto di preferenza da parte di Dio. L’asino è il simbolo dello schiavo, ed in questo senso è un emblema del nostro corpo che non deve mai essere che l’umile e docile servitore della nostra anima”.

Quello stesso asino infatti che meritò fra i primi esseri viventi di posare lo sguardo sul Figlio di Dio fatto uomo, è il medesimo destriero sul quale un giorno sarebbe entrato gloriosamente nella città Santa il Re che viene, mentre le palme si innalzeranno verso il cielo acclamando “Osanna al Figlio di Davide”. Perciò De La Bouillerie fa notare ancora una volta, citando San Crisostomo, che Gesù Cristo “non si siede né su un carro circondato di porpora e d’oro, che è il segno della potenza, né su un cavallo focoso, che è l’emblema dell’audacia e della guerra, ma su un’asina che ama la tranquillità e la pace. Quest’asina è dunque qui ancora l’immagine delle anime semplici e tranquille che, felici di portare il giogo leggero del Signore, non aspirano ad altra gloria, ma nello stesso modo in cui partecipano all’ovazione di Gesù Cristo che entra in Gerusalemme, così continuano il suo trionfo ed il suo Regno nei secoli successivi; infatti, il Re della pace sceglie sempre quelle creature che secondo il mondo sono meno sagge per confondere i saggi, sceglie i deboli per confondere i forti. Sceglie i più vili ed i più spregevoli, sceglie ciò che non è niente per distruggere chi è qualcosa”.

Tutto questo è la poesia e la simbolica bellezza del cristianesimo che porta ad amare tutto quello che Dio ama e ad amarlo come Lui lo ama. Per grazia io ho potuto scegliere e, di fatto, ho scelto per me e per la mia famiglia, questa poesia del vivere cristiano. La poesia della liturgia romana, con quell’ultimo Vangelo, ultimo e primo, in virtù del quale nessuna Messa si conclude senza aver adorato il mistero dell’Incarnazione quando piegando le nostre orgogliose ginocchia contempliamo la profezia compiuta dischiudersi dinanzi a noi: et Verbum Caro factum est.

Ma già viene il Re, qui, ora, nella povertà che fa innamorare i cuori dei semplici. Il mistero del silenzio avvolto da una luce discreta e amabile «visitávit nos Oriens ex alto», un Sole che nasce dall’alto. Non a caso la luce è l’elemento simbolico più bello e distintivo del Santo Natale. E pensare che molto di ciò che fu un tempo ora è perduto, e di quanto è rimasto quasi più nulla si conosce e, quindi, non lo si è più capaci di amare. Per esempio, l’uso di accendere dei lumini e porli alla finestra rallegrando le notti che preparano al Natale, e anche quelle che seguono prolungandone la festa fino alla Purificazione della Vergine, risalgono ad un’era di sanguinose persecuzioni. I cattolici irlandesi, infatti, brutalmente perseguitati dagli inglesi protestanti furono costretti alle “catacombe” essendo stata bandita la fede cattolica dall’Isola di Smeraldo. La pena per i trasgressori impenitenti era la morte. Ma il coraggio e la fede d’Irlanda aveva radici profonde. Pertanto le famiglie cattoliche irlandesi, desiderose che almeno nei giorni santi del Natale un prete andasse a visitare le loro case e amministrasse loro i sacramenti, lasciavano schiuse le porte, con le candele alle finestre come avvertimento. Si addice a questo proposito il sospiro del vecchio Simeone «Lumen ad revelatiónem géntium», la “Luce che è venuta per illuminare le genti” anche nelle persecuzioni, di ieri e di oggi.

Questa poesia noi dobbiamo intonarla ad una sola voce gettando la nostra vita e la nostra volontà, come si dice ne “L’Imitazione”, in un canto.
Quell’astro che ha illuminato il mondo quando ancora era buio sulla terra e lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque, quella Stella è il Cristo che viene. Il celeste Astro che attraversa la storia rifulgendo nei suoi figli, anzitutto nell’Apostolo che perseguitò il nome di Colui il quale meritò per lui di dare la vita per amor dell’amor suo, perché potesse giungere a dire “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. Quell’Astro divino che ancora splende nelle membra e nel cuore di Benedetto, «Fuit vir vitae venerabilis, gratia Benedictus et nomine», mentre sottrattosi agli occhi del mondo, si rinchiuse alla presenza dell’Altissimo per essere rimirato solo dagli occhi del Dio vivente, nella solitudine di Subiaco come un tempo il Divin Figlio sul Tabor. È ancora quel medesimo Astro che illumina con la sua quieta luce l’intelletto di Tommaso, che meritò per la sua umile bontà di ricevere lo spirito e la sapienza di tutti i Padri perché di tutti amò ed imitò la carità. Quella fulgida Stella che attraversa il mondo per accendere d’ardore il cuore del savio Saverio, vaso di creta, figlio d’Ignazio che in sé portò e diffuse come lampada vigiliare il Lumen Christi in lontani lidi di oscurità e peccato.

Così canta la Chiesa nel tempo propizio che la separa dalla celebrazione del Primo Avvento del Messia: «O Oriens, splendor lucis aeternae et sol iustitiae: veni et illumina sedentem in tenebris et umbra mortis». Facendo eco e sintesi a tutte le profezie dei santi emissari dei tempi antichi, questo l’inno, questa la supplica piena di lacrime e speranza che essa innalza al Cielo: “O Astro che sorgi, splendore della luce eterna e sole di giustizia. Vieni e illumina chi giace nelle tenebre e nell’ombra di morte”.
Ma dalle altezze degli inni del Vescovo Ambrogio, mi abbasso come in una picchiata improvvisa ai canti di un folle sopra le lande desolate dell’Inghilterra. Si, prendete anche me per pazzo, uno joculator! C’è una canzonetta, leggera e al contempo profonda nel suo malinconico rimprovero, scritta da Ian Anderson per gli Jethro Tull, in cui viene ripreso in parte il testo della famosa carola natalizia di Cecil Frances Humphreys Alexander e Henry John Gauntlett “Once in Royal David’s City”. Ma quale il senso di questa canzonetta di Natale scritta da uno che si definisce “non esattamente un cristiano osservante e totalmente a posto”? La risposta è molto semplice: il rimprovero ad una società secolarizzata, che pur continuando ad accendere le luci alla finestra non sa più il perché lo fa, il biasimo dell’atteggiamento dissacrante di certo materialismo che dalle chiese protestanti si è trasmesso come contagio anche alla Chiesa Cattolica. Ubriacarsi alle feste di Natale, dice il testo di “A Christmas Song”, non rispecchia esattamente lo spirito del Natale. L’autore chiede con rabbia dinanzi allo scandalo di coloro che si dicono cristiani, “come potete ridere quando vostra madre ha fame? e come potete sorridere quando i motivi per sorridere sono sbagliati?”.

Questi atteggiamenti ci ricordano niente? Quanti si accostano alle festività natalizie con il cuore puro e pronto per ricevere, quantunque sempre indegnamente, eppure con l’animo mondo dal peccato, il Re dei re?
In realtà quel tintinnio di campanelli da slitta e il suono di quel flauto familiare rimbalzano come echi nella mente mentre nel tepore del vagone cerco di ordinare i pensieri. Tento di sonnecchiare intanto che la carrozza del treno ondeggia come una vecchia diligenza, i pensieri si affollano e mi svegliano contro la mia volontà, impedendomi di prendere un po’ di riposo con i loro importuni richiami. E mi salgono in mente le parole del nostro vecchio parroco, un uomo semplice, un curato di campagna, cresciuto nelle campagne dinanzi alla Cattedrale santuario costruita per conservare il velo nuziale di Colei che senza macchia meritò d’essere concepita per conservare in sé l’Autore dell’Universo. Quanto è vuoto il Natale atteso per il buon mangiare, l’attesa consumata per godere i gustosi liquori, il tempo sfogliato per correre verso i piaceri del palato.
No. San Benedetto ci insegna che per essere riempiti di Cristo, dobbiamo svuotarci di noi stessi e questo si compie in questo santo tempo d’Avvento con la salutare pratica del digiuno, in cui non solo il nostro cuore ma anche il nostro corpo può e deve essere ricolmato dello Spirito di Dio e non dello spirito dell’alcol, come giustamente ci ricorda il motivetto senza pretese di Ian Anderson.
Chi vuol regnare con Cristo in Cielo, deve essere ripudiato dal Mondo con Cristo in terra” e ancora ci ricorda il presente Tempo d’Avvento “Per con Lui regnare, abbisogna prima con Lui patire”.

Ecco, il sole sorge, trafigge le ultime ombre. Ecco che il Sol iustitiae ha preparato la sua dimora opportuna: la Immacolata, la Tutta Bella, torre inaccessibile al Dragone. Ma ancor vuole trovare in noi altrettante case dove poter entrare, se solo noi gli lasciassimo socchiusa la porta del nostro cuore, nella fredda notte del mondo ponendo un lumino alla finestra, di modo che passando Egli sappia che in quella casa ci sono delle anime affamate e desiderose del suo Amore e della sua grazia. E allora si, potremo davvero spegnere le luci esteriori perché tanta sarà la luce che avrà invaso l’umile stalla della nostra anima da far sembrare quelle delle vacue ombre.

E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo” (2Cor 4,6).
Oscurate quel Sole divino, e avrete spento anche il fulgore della sua giustizia. Togliete i segni della sua gloria, bruciate la paglia e il legno, appiccate il fuoco alla Greppia e alla Croce, e verremo ringhiottiti nel vuoto baratro da cui ci trasse il Redentore. Perché dove non vige più la giustizia di Cristo regna l’ingiustizia dell’uomo e del suo Aguzzino.
Spegnete, allora, o voi tutti ministri dell’oscurità, le luci di Natale, estinguete il calore del camino, isterilite la gioiosa fecondità del focolare, dimenticate la poetica purezza del Presepio e avrete certamente creato un mondo senza Dio, avrete creato un mondo senza il Natale.

Ma ricordatevi, questa è soltanto una lettera di Natale.



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