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> 086. Papa Francesco e Giuda, la 'pecorella smarrita'. Omelia 5 dicembre 2016

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Pubblicato da in Articoli di Guido Landolina ·
Tags: Giuda


 
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DI GUIDO LANDOLINA
 
 
 
23.12.2016
 
 
086. Papa Francesco e Giuda, la 'pecorella smarrita'. Omelia 5 dicembre 2016
 
 
Ha fatto un certo scalpore una omelia di Papa Francesco tenuta a Santa Marta il 5 dicembre scorso.
 
Come di consueto si è trattato di un discorso 'a braccio' e come tale da non prendere forse del tutto alla lettera anche quando vi si notino discordanze palesi con i testi del Vangelo e con esplicite parole dello stesso Gesù.
 
L'omelia ha tuttavia colpito perché - in base alle varie notizie riportate poi dalla Stampa e ampliamente pubblicizzate sul Web a livello mondiale - molti hanno avuto l'impressione di una immagine di Giuda in qualche modo 'edulcorata', e ciò per via di altre omelie di simile tenore che sembravano anch'esse ingenerare l'impressione di un 'Giuda pentito' e quindi 'salvato' grazie ad una infinita 'Misericordia divina', e non certo l'immagine di un 'Giuda decisamente all'inferno' come si evince invece da vari chiarissimi brani dei Vangeli canonici.
 
Titoli di stampa facilmente reperibili in internet, come ad esempio:
 
 
·       ANCHE GIUDA SI E' PENTITO - UNA RIFLESSIONE DI PAPA FRANCESCO…
 
·       GIUDA E' TORNATO PENTITO…
 
·       PAPA FRANCESCO: GIUDA, ICONA DI PECORA SMARRITA: ALLA FINE SI E' PENTITO…
 
·       GIUDA SI ERA PENTITO, DIO LO AVEVA PERDONATO…
 
·       GIUDA SI E' PENTITO O NO?
 
 
Fortunatamente l'ultimo titolo era espresso almeno in forma dubitativa ma comunque omelie che - grazie anche ad una Stampa spesso frettolosa e superficiale alla quale interessa 'agguantare' senza approfondimento la notizia del giorno, meglio se fa scalpore - potevano in effetti lasciare intendere un Giuda in… Paradiso, appunto perché pentito, e ciò anche a conferma delle teorie di molti teologi modernisti per cui - se persino un 'Giuda-deicida' è stato salvato da 'Gesù-Giudice' - allora l'Inferno potrebbe essere… vuoto di 'normali' uomini anche se grandi peccatori ma che non sono stati, come Giuda, dei 'deicidi' dell'Uomo-Dio.
 
Non credo che Papa Francesco - al di là delle espressioni usate e certamente al di là delle intenzioni - abbia voluto dare in questa omelia una immagine davvero 'edulcorata' del presunto pentimento di Giuda ma - come già sopra detto - molti hanno creduto di poter intravvedere nelle sue parole una sottintesa subliminale possibilità di un perdono dato a Giuda.
 
Per non sbagliare nelle 'interpretazioni' di parole dette talvolta in libertà e non disponendo del testo integrale della suddetta omelia del 5 dicembre, mi rifaccio allora alla recensione apparsa sul Web di un organo ufficiale del Vaticano come L'Osservatore romano, precisando tuttavia che a me interessa avere sott'occhio un testo sia pur di sintesi ma affidabile ed 'autorevole' ancorché non integrale, e ciò al fine di trattare in maniera diversa il problema dell'eventuale 'pentimento' di Giuda.
 
Le sottolineature ed i grassetti nel testo qui sotto trascritto sono miei:
 
 
 
PAPA FRANCESCO
 
MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE
 
Giuda e la pecora smarrita
 
Martedì, 6 dicembre 2016
 
 
(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.281, 07/12/2016)
 
 
Il «lieto annuncio del Natale» è che «viene il Signore con la sua potenza», ma soprattutto che quella potenza «sono le sue carezze», la sua «tenerezza». Una tenerezza che, come il buon pastore con le pecore, è per ognuno di noi: Dio non dimentica mai nessuno di noi, neanche se ci fossimo tragicamente «smarriti» come accadde a Giuda il quale, perso nel suo «buio interiore», è in qualche modo il prototipo, l’«icona» della pecorella della parabola evangelica.
 
Nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta martedì 6 dicembre, Papa Francesco è entrato nel cuore di questo «lieto annuncio» di fronte al quale, si legge nella liturgia del giorno, siamo chiamati a «sincera esultanza». E «davanti al Natale — ha detto il Pontefice — chiediamo questa grazia di ricevere questo lieto annuncio con sincera esultanza e di rallegrarci», ma anche «di lasciare che il Signore ci consoli». Perché, si è chiesto, nella liturgia si parla anche di consolazione? Perché, è stata la sua risposta, «viene il Signore e quando viene il Signore tocca l’anima con questi sentimenti». Infatti «lui viene come un giudice, sì, ma un giudice che carezza, un giudice che è pieno di tenerezza» e «fa di tutto per salvarci».
 
Dio, ha continuato, «giudica con amore, tanto, tanto, tanto che ha inviato suo figlio, e Giovanni sottolinea: non a giudicare ma a salvare, non a condannare ma a salvare». Perciò «sempre il giudizio di Dio ci porta a questa speranza di essere salvati».
 
Andando più in profondità nella meditazione, il Papa ha preso come riferimento il vangelo del giorno, nel quale Matteo (18, 12-14) parla del buon pastore.
 
Questo giudice «che carezza» e che viene «a salvare», ha detto Francesco, ha «l’atteggiamento del pastore: “Cosa vi pare? Se una delle sue pecore si smarrisce, non lascerà le 99 sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita?”».
 
Anche il Signore, quando viene, «non dice: “Ma, faccio i conti e ne perdo una, 99... è ragionevole...”. No, no. Una è unica». Il pastore infatti, non possiede semplicemente 99 pecore, ma ne «ha una, una, una, una, una...»: cioè «ognuna è diversa». Ed egli «ama ognuna personalmente. Non ama la massa indistinta. No! Ci ama per nome, ci ama come siamo».
 
Seguendo il filo dell’analogia, il Pontefice ha spiegato che quella pecora smarrita il pastore «la conosceva bene», non si era persa, «conosceva bene il cammino»: si era persa «perché aveva il cuore smarrito, aveva il cuore malato.
 
Era accecata da qualcosa interiore e, mossa da quella dissociazione interiore, fuggì al buio per sfogarsi». Ma «non era una ragazzata quella che ha fatto lei... È scappata: una fuga proprio per allontanarsi dal Signore, per saziare quel buio interiore che la portava alla doppia vita», a «essere nel gregge e scappare dal buio, nel buio». Ed ecco il messaggio consolatorio: «Il Signore conosce queste cose e lui va a cercarla».
 
È a questo punto che Papa Francesco ha introdotto un altro elemento nella sua meditazione: «Per me, la figura che più mi fa capire l’atteggiamento del Signore con la pecora smarrita è l’atteggiamento del Signore con Giuda. La pecora smarrita più perfetta nel Vangelo è Giuda».
 
Egli infatti, ha ricordato il Pontefice, è «un uomo che sempre, sempre aveva qualcosa di amarezza nel cuore, qualcosa da criticare degli altri, sempre in distacco»: un uomo che non conosceva «la dolcezza della gratuità di vivere con tutti gli altri». E giacché questa “pecora” «non era soddisfatta», allora «scappava».
 
Giuda, ha detto il Papa, «scappava perché era ladro», altri «sono lussuriosi» e ugualmente «scappano perché c’è quel buio nel cuore che li distacca dal gregge». Siamo di fronte a «quella doppia vita» che è «di tanti cristiani» e anche — ha aggiunto «con dolore» — di «preti» e «vescovi». Del resto, anche «Giuda era vescovo, era uno dei primi vescovi...».
 
Quindi anche Giuda è una «pecora smarrita» ha concluso Francesco aggiungendo: «Poveretto! Poveretto questo fratello Giuda come lo chiamava don Mazzolari, in quel sermone tanto bello: “Fratello Giuda, cosa succede nel tuo cuore?”».
 
Si tratta di una realtà alla quale anche i cristiani di oggi non sono estranei. Perciò «anche noi dobbiamo capire le pecore smarrite». Infatti, ha sottolineato il Papa, «anche noi abbiamo sempre qualcosina, piccolina o non tanto piccolina, delle pecore smarrite».
 
Dobbiamo quindi capire che «non è uno sbaglio quello che ha fatto la pecora smarrita: è una malattia, è una malattia che aveva nel cuore» e di cui il diavolo approfitta.
 
Riprendendo il paragone usato in precedenza, il Pontefice ha ripercorso gli ultimi momenti della vita di Giuda: «quando è andato al tempio a fare la doppia vita», quando ha dato «il bacio al Signore all’orto», e poi «le monete che ha ricevuto dai sacerdoti...». E ha commentato: «non è uno sbaglio. Lo ha fatto... Era nel buio! Aveva il cuore diviso, dissociato. “Giuda, Giuda...». Perciò si può dire che egli «è l’icona della pecora smarrita».
 
Gesù, «il pastore, va a cercarlo: “Fa’ quello che devi fare, amico”, e lo bacia». Ma Giuda «non capisce». E alla fine, quando si rende conto di «quello che la propria doppia vita ha fatto nella comunità, il male che ha seminato, col suo buio interiore, che lo portava a scappare sempre, cercando luci che non erano la luce del Signore» ma «luci artificiali», come quelle degli «addobbi di Natale», quando capisce tutto questo, alla fine «si è disperato». Ed è quello che accade «se le pecore smarrite non accettano le carezze del Signore».
 
Ma c’è ancora un ulteriore livello di profondità al quale è scesa la riflessione del Papa. Il quale, facendo notare che «il Signore è buono, anche per queste pecore» e non smette mai di andare a cercarle», ha evidenziato una parola che ritroviamo nella Bibbia, «una parola che dice che Giuda si è impiccato, impiccato e “pentito”». E ha commentato: «Io credo che il Signore prenderà quella parola e la porterà con sé, non so, può darsi, ma quella parola ci fa dubitare». Soprattutto ha sottolineato: «Ma quella parola cosa significa? Che fino alla fine l’amore di Dio lavorava in quell’anima, fino al momento della disperazione». Ed è proprio questo, ha detto chiudendo il cerchio della sua riflessione, «l’atteggiamento del buon pastore con le pecore smarrite».
 
Ecco allora «l’annuncio» di cui si parlava all’inizio dell’omelia, «il lieto annuncio che ci porta il Natale e che ci chiede questa sincera esultanza che cambia il cuore, che ci porta a lasciarci consolare dal Signore e non dalle consolazioni che noi andiamo a cercare per sfogarci, per fuggire dalla realtà, fuggire dalla tortura interiore, dalla divisione interiore». Il «lieto annuncio», la «sincera esultanza», la «consolazione», il «rallegrarsi nel Signore» scaturiscono dal fatto che «viene il Signore con la sua potenza. E quale è la potenza del Signore? Le carezze del Signore!». È come il buon pastore che «quando ha trovato la pecora smarrita non l’ha insultata, no», anzi, le avrà detto: «Ma hai fatto tanto male? Vieni, vieni...». E allo stesso modo, «nell’orto degli ulivi» cosa ha detto alla “pecora smarrita”, Giuda? Lo ha chiamato «amico. Sempre le carezze».
 
Di fronte a tutto ciò il Papa a questo punto ha affermato: «Chi non conosce le carezze del Signore non conosce la dottrina cristiana. Chi non si lascia carezzare dal Signore è perduto».
 
Ed è proprio «questo il lieto annuncio, questa è la sincera esultanza che noi oggi vogliamo.
 
Questa è la gioia, questa è la consolazione che cerchiamo: che venga il Signore con la sua potenza, che sono le carezze, a trovarci, a salvarci, come la pecora smarrita e a portarci nel gregge della sua Chiesa».
 
La conclusione è stata, come di consueto, una preghiera: «Che il Signore ci dia questa grazia, di aspettare il Natale con le nostre ferite, con i nostri peccati, sinceramente riconosciuti, di aspettare la potenza di questo Dio che viene a consolarci, che viene con potere, ma il suo potere è la tenerezza, le carezze che sono nate dal suo cuore, il suo cuore tanto buono che ha dato la vita per noi».
 
 
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Papa Francesco parlando di Giuda ha qui menzionato - per l'esercizio divino della Misericordia nei confronti della pecorella smarrita - l'esigenza del pentimento, fatto quest'ultimo che dal punto di vista dottrinario ed evangelico è il presupposto assoluto del perdono divino e quindi della salvezza, fosse anche dopo millenni di Purgatorio.
 
Un mio amico - profondo e quarantennale conoscitore dell'Opera della famosa mistica Maria Valtorta - mi ha a questo punto sollecitato ancora una volta quanto mi aveva già chiesto in anni passati, invitandomi a scrivere qualcosa sulla complessa personalità di Giuda, anzi non 'qualcosa' ma scrivere addirittura un libro.
 
Ormai - dopo tanti anni di studio (e libri) che ho dedicato alla enciclopedica opera valtortiana - non ho più l'età, le forze o forse neanche la voglia, anche perché su Giuda non saprei davvero cosa scrivere se non ricorrendo appunto alla mia unica fonte di informazione al riguardo: le rivelazioni ricevute dalla mistica per un totale di 13.193 pagine manoscritte.
 
Queste (scritte in tempo reale su dei 'quaderni' e poi ribattute a macchina giorno per giorno negli anni '40 del secolo scorso dai sacerdoti dell'Ordine dei Servi di Maria che assistevano la mistica, molto malata ed a letto paralizzata, avendola in affidamento spirituale) vennero infine raccolte e stampate dal Centro Editoriale Valtortiano in sedici volumi, tradotti negli ultimi decenni in oltre venti lingue.
 
Oltre 600 visioni 'in presa diretta' di vita evangelica di Gesù nell'ambiente religioso, sociale e politico di 2000 anni fa: episodi e discorsi celebri di Gesù (riportati nei Vangeli ma visti ed ascoltati in forma integrale) che la mistica sentiva in lingua italiana, dialoghi di apostoli e di centinaia di altri personaggi, miracoli e, naturalmente, una serie impressionante di episodi e rivelazioni su Giuda, addirittura parecchie centinaia distribuite qui e là nell'Opera, rivelazioni che consentono - almeno a chi creda che a Gesù-Dio nulla sia impossibile né gli sia vietato comunicarsi ai mistici nelle rivelazioni private - di farsi una idea più precisa su Giuda dopo averne valutato la loro attendibilità intellettuale, coerenza logica e spirituale.
 
L'amico - forse per togliermi alibi e vincere la mia pigrizia - mi ha addirittura inviato per e-mail molte decine di files estratti dal suo enorme archivio elettronico di varie migliaia di brani valtortiani, in modo da ridurre la manualità della mia ricerca rendendomi più agevole e rapido il lavoro e non potessi magari 'accampare' la scusa della mancanza di tempo.
 
Non intendo ora farvi una elencazione pedissequa di brani del tipo 'copia/incolla' - che tra l'altro dovrebbero essere spiegati alla luce del loro contesto complessivo per essere correttamente intesi - ma, in qualche modo io liberamente parafrasando, ve ne darò di seguito una idea di sintesi, indicandovi tuttavia i riferimenti nell'Opera della mistica.
 
In ogni caso anch'io - analista, studioso e scrittore sull'Opera della mistica da venticinque anni - sono certo, come già a suo tempo lo fu Papa Pio XII che conobbe l'Opera, che queste rivelazioni sono più attendibili di qualsiasi pur apprezzabile ragionamento intellettuale umano elaborato da chi non abbia un filo diretto con… Lassù, come è invece stato per la mistica in questione, 'anima-vittima' e piccola 'corredentrice' per la conversione dei peccatori.
 
Sarà dunque la logica degli argomenti che esporrò - indipendentemente dal fatto che derivino da rivelazioni private, sulle quali potrebbe essere legittimo avere prudenzialmente dei dubbi - che consentirà al mio lettore di valutare la loro attendibilità.
 
 
Giuda era figlio di un certo Simone, originario del paesino di Keriot in Palestina, da cui gli venne l'appellativo di Giuda Iscariota.
 
Era giovane, bello, culturalmente raffinato dalla vita nella capitale Gerusalemme e per le frequentazione di personaggi importanti del Tempio.
 
Era dotto più della maggioranza degli apostoli, ma era anche doppio, astuto, avido, lussurioso, ladro e intelligente e colto più della massa. Aveva sempre saputo imporsi a tutti. Audace, spianava spesso la strada a Gesù, anche in circostanze difficili. Gli piaceva oltre tutto emergere e far risaltare il suo posto di fiducia presso Gesù. Non era servizievole per istinti di carità, ma unicamente per il fatto di essere quello che oggi chiameremmo 'faccendone' o… 'faccendiere'. Questo gli permetteva di tenere la 'cassa' del gruppo apostolico e anche di andare a donne quando lui per ragioni di servizio si doveva allontanare dal gruppo apostolico.[1]
 
Dunque - se amante delle donne - non fu mai casto e se non era vergine all'inizio non lo divenne neanche dopo aver conosciuto Gesù, contrariamente agli altri apostoli alcuni dei quali erano addirittura sposati.[2]
 
Egli coltivava pensieri di grandezza umana e quelle amicizie pubbliche che supponeva utili a dargli questa grandezza.
 
Aveva 'brigato' in ogni modo per farsi accettare nel gruppo apostolico perché credeva che Gesù sarebbe stato un Messia conquistatore, un politico, e proprio per questo - ben conoscendo le sue ambizioni - quelli del Tempio da un lato lo disprezzavano e dall'altro lo circuivano e manovravano per conoscere i progetti e gli spostamenti di Gesù al fine di danneggiarlo. [3]
 
Era tutt'altro che un mistico, anzi direi un pragmatico e - per giustificarsi con gli altri apostoli che gli rimproveravano sospettosi le sue eccessive frequentazioni con personaggi del Tempio come sacerdoti, scribi, farisei e anche sadducei - ad essi rispondeva che la sua era astuzia a fin di bene e che d'altronde bisognava venire ad accomodamenti con questi 'potenti', adattarsi al 'mondo' per farselo amico, nell'interesse dello stesso Gesù.[4]
 
Il Gesù che parla alla mistica spiega che Giuda giunse a tradire ed a venderlo perché, una volta compresa la natura del tutto spirituale del suo ruolo di Messia, si sentì deluso ed in qualche modo tradito nel suo sogno di potenza terrena, fino a giungere al deicidio dopo averlo denunciato anche per salvare se stesso dalle temute mene omicide della classe dirigente e sacerdotale nei confronti di Gesù.[5]
 
Tra l'altro, come molti altri attuali 'teologi-giuda' modernisti, il Traditore arrivò a pensare che alla fin fine - grazie al Sacrificio e morte di Gesù ed alla conseguente Redenzione - il suo tradimento sarebbe servito  a far trionfare la causa di Dio e la Sua Volontà di Amore.
 
Giuda sosteneva infatti la singolare tesi che anche il Male e l'Errore, se Dio li consente, sono utili perché servono appunto ad un trionfo della Volontà divina e Dio non permette oltre quanto è utile al suo Trionfo. [6]
 
Peraltro questa tesi è ben diversa da quanto comunemente noto per cui Dio è capace di utilizzare anche il male - che in realtà non vuole - per portare comunque per vie misteriose ad un bene soprannaturale.
 
Giuda era l'esemplare perfetto degli 'amici traditori'. Si diceva sedotto dalla Sapienza di Gesù ma apertamente ebbe a definirlo 'folle' quando la delusione e l'ira, a causa della scoperta dei disegni di potenza e gloria che aveva nel cuore, lo resero suo nemico dichiarato.
 
Aveva persino maliziosamente 'tentato' Gesù al peccato per metterlo alla prova, e ciò anche perché non poteva ammettere che Gesù fosse superiore al peccare, per essere Dio e per il suo essere 'Uomo Giusto', perfettamente Giusto, volontariamente Giusto. Anzi, per avere una giustificazione al suo operare colpevole, Giuda cercò con ogni mezzo - di fronte ai personaggi del Tempio - di farlo apparire come un peccatore per apparire lui - Giuda - un 'giusto' che con strazio era costretto ad agire contro il suo amico per dare onore a Dio.[7]
 
Giuda, fra le file degli apostoli e dei discepoli, rappresentò il clero che ancora oggi si barcamena fra Dio e la Terra.[8]
 
A questo proposito, come tanti teologi modernisti di oggi che pur occupano importanti gradi delle gerarchie cattoliche, anche Giuda - segno che l'uomo è sempre lo stesso e che le eresie si ripetono ciclicamente - non credeva all'inferno, considerato una favola, e pensava che, se tutto è controllato da Dio, tutto ciò che facciamo è per sua volontà.
 
In questo aspetto che nega il libero arbitrio, Giuda mi ricorda la dottrina di Martin Lutero per altri versi tanto apprezzata dal Card. Walter Kasper[9], teologo tedesco che nega la Resurrezione di Gesù ed è fautore di un avvicinamento del Cattolicesimo al Protestantesimo insieme all'altro Cardinale tedesco Reinhard Marx, Arcivescovo di Monaco e Frisinga, e molti alti Prelati ancora che per brevità non cito.
 
Giuda diceva di avere una sua teoria filosofica, del resto molto apprezzata allora in Israele grazie alla cultura romano-ellenistica del tempo.
 
In base a questa - spiegava con saccenteria Giuda agli altri apostoli ed allo stesso Gesù che ascoltava con interna pietà e carità verso quel discepolo, salvo poi tentare di correggerlo anche separatamente - se tutto ciò che facciamo è per volontà divina - non avendo noi il libero arbitrio (N.d.R.:come sostengono i luterani) Dio ci dovrebbe premiare tutti nello stesso modo perché non siamo che automi mossi da Lui. Noi saremmo infatti delle persone prive di volontà perché l'unica volontà è quella di Dio ed è tanto infinita che schiaccia ed annulla la volontà limitata delle creature.
 
Pertanto - secondo Giuda - tanto il bene che il male che noi facciamo lo fa in realtà Dio perché ce lo impone, perciò Dio non ci punirà del male e sarà così esercitata la sua giustizia perché le nostre colpe non sono volontarie ma - sostiene sempre con convinzione Giuda - esse sono imposte da chi vuole che le facciamo perché Bene e Male siano sulla Terra.
 
Chi è cattivo sarebbe quindi 'mezzo espiativo' dei meno cattivi e per sé soffre di non poter essere considerato buono, e così espia la sua parte di colpa. E, a sostegno delle sue tesi, Giuda si faceva forte del pensiero dei Sadducei.[10]
 
Giuda - con sguardo di compatimento verso gli altri apostoli che considerava ignoranti - riteneva dunque una favola il terrore degli uomini per Satana, una 'Entità' che Giuda diceva di 'non vedere' e non sentire' anche perché si considerava - e lo diceva senza alcuna vergogna - al di sopra di queste 'superstizioni' in quanto 'migliore degli altri, più perfetto'.
 
Gesù spesso lo correggeva ma in altre circostanze - come già detto - per estrema carità tratteneva il suo giudizio sulle elucubrazioni di Giuda, fino a quando non fosse stato obbligato a darlo per evitare un male maggiore se non addirittura scandalo.
 
Gesù (che non tralasciava sforzi per salvare questo discepolo senza dire però niente della sua reale natura agli altri apostoli, ancora molto 'umani', per evitare il rischio di loro violente reazioni) violentava se stesso imponendosi pazienza infinita e pensava in realtà nel suo intimo che Giuda 'non sentisse e non vedesse Satana' perché quest'ultimo era un tutt'uno con lui.[11]
 
Gesù aveva amato Giuda totalmente fin dall'inizio, nonostante non ignorasse nessuna piega del suo animo, e si era sforzato in ogni modo di aiutarlo per insegnare agli altri apostoli ed anche a noi a futura memoria come si deve amare il prossimo, sia esso buono che cattivo, amore che esige spirito di misericordia, mitezza, umiltà, tutte qualità che devono essere ben formate: ciò perché è difficile, molto difficile potere amare un certo 'prossimo'.
 
Ecco perché nelle rivelazioni e visioni dell'Opera valtortiana (L'Evangelo come mi è stato rivelato, in 10 volumi) l'orrenda figura del Giuda di allora - per ricordarlo a quelli di ora che lo vorrebbe pentito ed… assolto - è così ben delineata in centinaia di episodi.
 
Ciò proprio affinché fosse di insegnamento e per fare vedere con quanta carità Gesù avesse cercato di salvarlo (pur sapendo Egli - Uomo-Dio - che Giuda non si sarebbe voluto salvare) e perché tutti imparassero, specialmente i futuri sacerdoti, a prodigarsi sino in fondo anche al di là di ogni ragionevole speranza, perché la salvezza di un'anima ha un valore infinito.[12]
 
Diceva infatti Gesù agli apostoli in una delle sue ultime catechesi di perfezionamento finale poco prima dell'Ascensione:[13]
 
 
«Siate paterni. Pensate che tutti, per un'ora o per molte, forse per anni, foste, singolarmente, dei figli prodighi avvolti nella concupiscenza.
 
Non siate duri a chi si pente. Ricordate! Ricordate! Molti di voi fuggiste, ventidue giorni da oggi. E il fuggire non era forse un'abiura all'amore vostro per me? Or dunque, così come io vi ho accolti appena, pentiti, tornaste a me, così voi fate. Tutto ciò che io ho fatto, fate.
 
Questo è il mio comando. Siete vissuti con me per tre anni. Le mie opere, il mio pensiero, lo conoscete.
 
Quando, in futuro, vi troverete di fronte ad un caso da decidere, volgete lo sguardo al tempo che foste con me e comportatevi come io mi sono comportato. Non sbaglierete mai. Io sono l'esempio vivo e perfetto di ciò che dovete fare.
 
E ricordate ancora che io non ho rifiutato me stesso allo stesso Giuda di Keriot... il sacerdote deve, con tutti i mezzi, cercare di salvare.
 
E predomini l'amore, sempre, fra i mezzi usati a salvare.
 
Pensate che io non ignoravo l'orrore di Giuda...
 
Ma ho, superando ogni ripugnanza, trattato il meschino come ho trattato Giovanni.
 
A voi... a voi sarà sovente risparmiata l'amarezza del conoscere che tutto è inutile per salvare un discepolo amato...
 
E potrete perciò operare senza la stanchezza che prende quando si sa che tutto è inutile...
 
Si deve lavorare anche allora... sempre... sinché tutto è compiuto...».
 
 
Nell'Opera valtortiana, commentando la visione che la mistica aveva avuto di Giuda che prima di impiccarsi aveva vagato per Gerusalemme con la sua disperazione, Gesù a proposito di quella visione le dice (i grassetti sono sempre miei):[14]
 
 
«…Orrenda ma non inutile. Troppi credono che Giuda abbia commesso cosa da poco.
 
Alcuni giungono anzi a dire che egli è un benemerito perché senza di lui la redenzione non sarebbe venuta e che, perciò, egli è giustificato al cospetto di Dio.
 
In verità vi dico che, se l'inferno non fosse già esistito, ed esistito perfetto nei suoi tormenti, sarebbe stato creato per Giuda ancor più orrendo e eterno, perché di tutti i peccatori e i dannati egli è il più dannato e peccatore, né per lui in eterno vi sarà ammolcimento di condanna.
 
Il rimorso l'avrebbe anche potuto salvare, se egli avesse fatto del rimorso un pentimento. Ma egli non volle pentirsi e, al primo delitto di tradimento, ancora compatibile per la grande misericordia che è la mia amorosa debolezza, ha unito bestemmie, resistenze alle voci della Grazia che ancora gli volevano parlare attraverso i ricordi, attraverso i terrori, attraverso il mio sangue e il mio mantello, attraverso il mio sguardo, attraverso le tracce dell'istituita Eucarestia, attraverso le parole di mia Madre.
 
Ha resistito a tutto. Ha voluto resistere. Come aveva voluto tradire. Come volle maledire. Come si volle suicidare.
 
E' la volontà quella che conta nelle cose. Sia nel bene che nel male.
 
Quando uno cade senza volontà di cadere, io perdono.
 
Vedi Pietro. Ha negato. Perché? Non lo sapeva esattamente neppure lui. Vile Pietro? No il mio Pietro non era vile.
 
Contro la coorte e le guardie del Tempio aveva osato ferire Malco per difendermi e rischiare d'essere ucciso per questo. Era poi fuggito. Senza averne volontà di farlo.
 
Aveva poi negato. Senza averne volontà di farlo. Ha saputo poi ben restare e procedere sulla sanguinosa via della Croce, sulla mia Via, fino a giungere alla morte di Croce.
 
Ha saputo poi molto bene testimoniare di me, sino ad esser ucciso per la sua fede intrepida. Io lo difendo il mio Pietro.
 
Il suo è stato l'ultimo smarrimento della sua umanità. Ma la volontà spirituale non era presente in quel momento. Ottusa dal peso dell'umanità, dormiva. Quando si destò, non volle restare nel peccato e volle esser perfetta. Io l'ho perdonato subito.
 
Giuda non volle. Tu dici che pareva pazzo e idrofobo. Lo era di rabbia satanica.
 
Il suo terrore nel vedere il cane, bestia rara, in Gerusalemme in specie, venne dal fatto che si attribuiva a Satana, da tempi immemorabili, quella forma per apparire ai mortali.
 
Nei libri di magia è detto tuttora che una delle forme preferite da Satana per apparire è quella di un cane misterioso o di un gatto o di un capro.
 
Giuda, già preda del terrore nato dal suo delitto, convinto d'esser di Satana per il suo delitto, vide Satana in quella bestia randagia.
 
Chi è colpevole, in tutto vede ombre di paura. E' la coscienza che le crea. Satana poi aizza queste ombre, che potrebbero ancora dare pentimento ad un cuore, e ne fa larve orrende che portano alla disperazione.
 
E la disperazione porta all'ultimo delitto: al suicidio.
 
A che pro gettare il prezzo del tradimento quando questo spogliamento è solo frutto dell'ira e non è corroborato da una retta volontà di pentimento?
 
Allora spogliarsi dai frutti del male diviene meritorio.
 
Ma così come egli fece, no. Inutile sacrificio…».
 
 
 
Dunque, ritornando all'omelia a Santa Marta di Papa Francesco, l'aver gettato in faccia ai sacerdoti del Tempio i famosi denari, prezzo del tradimento, non fu un segno di pentimento della pecorella 'smarrita' ma - pur gravato da un senso di rimorso - fu invece segno dell'ira di essere stato da loro manipolato e strumentalizzato.
 
Giuda non si pentì, non fece del suo rimorso un pentimento ed inoltre lo 'perse' la 'disperazione' nella Misericordia di Dio e nella possibilità del Suo perdono.
 
Se si fosse pentito Dio lo avrebbe perdonato.
 
Quanti però non si sono chiesti e si chiedono anche oggi il perché Gesù non volle allontanare Giuda dal gruppo apostolico?
 
Non lo allontanò - così si evince dall'Opera - perché sarebbe stato inutile e sarebbe stato contro la carità.
 
Gesù 'doveva' sopportarlo perché conoscendo il futuro sapeva che il Male (da Gesù non voluto) sarebbe servito a provocare un grande Bene, e cioè la Sua morte in Croce, la Morte dell'Uomo-Dio', con la conseguente Redenzione dell'Umanità alla quale sarebbero state così riaperte le porte del Paradiso che le erano state precluse dopo il Peccato originale.
 
L'amore di Gesù per Giuda fu un amore 'perfetto' pur sapendo Egli che sarebbe stato inutile.
 
Ecco perché Gesù amò Giuda totalmente…, perché il suo comportamento fosse un esempio che gli apostoli e i discepoli futuri avrebbero dovuto imitare.
 
La salvezza di uno spirito, anche di uno solo, merita ogni sforzo - per superare ripugnanze e risentimenti - sino ad esserne spezzati. Così insegnava Gesù.
 
Giuda fu dunque il capostipite di tutti gli apostoli mancati, tanti. Egli investigava, cavillava, si impuntava e anche quando mostrava di cedere in realtà conservava la sua forma mentale.[15]
 
Ho scritto sopra che Giuda si uccise e si perse anche per 'disperazione', nel senso che egli disperò nella capacità di Dio di perdonarlo. Può sembrare strano, ma la disperazione - aveva spiegato il Gesù valtortiano - era frutto di superbia e la superbia è 'odiata' da Dio.
 
Sono stati tanti, nella storia, i nemici di Gesù Cristo: un vero e proprio esercito con a capo Satana, e Giuda ne fu l'Alfiere.
 
Egli fu il 'Caino' di Gesù come Caino lo fu di Abele.
 
Satana lo possedette totalmente come in una sorta di 'incarnazione' e nel Giuda che lo tradiva davanti al Sinedrio e trattava per il compenso della sua uccisione, era presente Satana stesso.[16]
 
Tra l'altro, nel suo essere eretico e capostipite di molti altri che nel corso della storia sarebbero seguiti, Giuda pensava che Gesù - in quanto Uomo-Dio - fosse superiore al dolore, ma così non era perché Gesù era superiore solo al peccato.
 
Una volta - sempre nell'Opera valtortiana - la mistica vede in visione Gesù che sorprende Giuda 'in flagranza di reato' cioè proprio mentre sta rubando in casa di una discepola.
 
Ne viene un lungo confronto a quattr'occhi fra i due, dove ad un certo punto Gesù, viso a viso gli soffia sul volto: 'Oggi ladro, domani assassino. Come Barabba. Peggio di lui', al che Giuda risponde di essere divenuto ladro e di fare il male per colpa di Gesù stesso che salva tutti ma odia lui(sottolineature e grassetti qui sotto sono miei):[17]
 
 
«… Gesù abbassa lo sguardo e le braccia, e con voce bassa ma chiara dice:
 
«Ebbene? Ti odio? Potrei colpirti col piede, schiacciarti chiamandoti "verme", potrei maledirti, così come ti ho liberato dalla forza che ti fa delirare. Tu l'hai creduta debolezza la mia impossibilità di maledirti. Oh! non è debolezza! É che Io sono il Salvatore. E il Salvatore non può maledire. Può salvare. Vuol salvare...
 
Tu hai detto: "Io sono la forza. La forza che ti odia e che ti vincerà".
 
Io pure sono la Forza, anzi, sono l'unica Forza. Ma la mia forza non è odio. É amore. E l'amore non odia e non maledice, mai.
 
La Forza potrebbe anche vincere le singole battaglie come questa fra Me e te, fra Me e Satana che è in te, e levarti il tuo padrone, per sempre, come ho fatto ora tramutandomi nel segno che salva, nel Tau che Lucifero non può vedere.
 
Potrebbe anche vincere queste singole battaglie, come vincerà quella prossima contro Israele incredulo e uccisore, contro il mondo e contro Satana sconfitto dalla Redenzione.
 
Potrebbe anche vincere queste singole battaglie come vincerà quella ultima, lontana per chi conta a secoli, vicina per chi misura il tempo colla misura dell'eternità.
 
Ma che gioverebbe violare le regole perfette del Padre mio? Sarebbe giustizia? Sarebbe merito? No. Non sarebbe né giustizia né merito.
 
Non giustizia verso gli altri uomini colpevoli, ai quali non è tolta la libertà di esserlo, i quali potrebbero nel dì finale chiedermi e rimproverarmi il perché della condanna e la parzialità fatta a te solo.
 
Saranno dieci e centomila quelli, settanta volte dieci e centomila quelli che faranno i tuoi stessi peccati e si indemonieranno per volontà propria, e saranno offensori di Dio, torturatori della madre e del padre, assassini, ladri, mentitori, adulteri, lussuriosi, sacrileghi, e infine deicidi, uccidendo materialmente il Cristo un giorno vicino, uccidendolo spiritualmente nei loro cuori nei tempi futuri.
 
E tutti potrebbero dirmi, quando Io verrò a separare gli agnelli dai becchi, a benedire i primi e a maledire, allora sì, a maledire i secondi, a maledire perché allora non ci sarà più redenzione, ma gloria o condanna, a rimaledirli dopo averli già maledetti singolarmente alla morte prima e al singolo giudizio. Perché l'uomo, tu lo sai perché me lo hai sentito dire cento e mille volte, perché l'uomo può salvarsi finché la vita dura, finché già è agli estremi aneliti.
 
Basta un attimo, un millesimo di minuto perché tutto sia detto fra l'anima e Dio, sia chiesto perdono e ottenuta assoluzione...  
 
Tutti, dicevo, potrebbero dirmi, tutti questi dannati: "Perché noi non ci hai legati al Bene come facesti con Giuda?".
 
E avrebbero ragione. Perché ogni uomo nasce con le stesse cose naturali e soprannaturali: un corpo, un'anima. E mentre il corpo, essendo generato da uomini, può essere più o meno robusto e sano dal nascere, l'anima, creata da Dio, è per tutti uguale, dotata delle stesse proprietà, degli stessi doni da Dio.
 
Fra l'anima di Giovanni, dico il Battista, e la tua, non c'era differenza, quando furono infuse alla carne. Eppure Io ti dico che, anche se la Grazia non lo avesse presantificato, perché l'Araldo del Cristo fosse senza macchia, come si converrebbe che tutti coloro che mi annunciano lo fossero, almeno per quanto riguarda i peccati attuali, la sua anima sarebbe stata, divenuta, ben diversa dalla tua.
 
Anzi la tua sarebbe divenuta diversa dalla sua. Perché egli avrebbe conservato la sua anima nella freschezza degli incolpevoli, l'avrebbe anzi sempre più ornata di giustizia, secondando il volere di Dio che vi desidera giusti, sviluppando i doni gratuiti ricevuti con sempre più eroica perfezione.
 
Tu invece... Tu hai devastato e disperso la tua anima e i doni ad essa dati da Dio. Che ne hai fatto della tua libertà d'arbitrio? Che del tuo intelletto? Hai conservato al tuo spirito la libertà che era sua? Hai usato l'intelligenza della tua mente con intelligenza?
 
No. Tu, tu che non vuoi ubbidire a Me, non dico a Me-Uomo, ma neppure a Me-Dio, tu hai ubbidito a Satana. Tu hai usato l'intelligenza della tua mente e la libertà del tuo spirito per comprendere le Tenebre. Volontariamente.
 
Ti è stato posto davanti il Bene ed il Male. Hai scelto il Male. Anzi, ti è stato posto davanti soltanto il Bene: Io. L'Eterno tuo Creatore, che ha seguito l'evolversi della tua anima, che anzi conosceva questo evolversi perché nulla ignora l'eterno Pensiero di ciò che si agita da quando il Tempo è, ti ha posto davanti il Bene, solo il Bene, perché sa che tu sei debole più di un'alga di fossato.
 
Tu mi hai gridato che Io ti odio. Ora, essendo Io Uno col Padre e con l'Amore, Uno qui come Uno in Cielo - ché se in Me sono le due Nature, e il Cristo, per la natura umana e sinché la vittoria non lo libererà dalle limitazioni umane, è a Efraim e non può essere altrove in quest'istante, come Dio, Verbo di Dio, sono in Cielo come in Terra, essendo sempre onnipresente e onnipotente la mia Divinità - ora essendo Io Uno col Padre e lo Spirito Santo, l'accusa a Me fatta, tu a Dio Uno e Trino l'hai fatta.
 
A quel Dio Padre che ti ha creato per amore, a quel Dio Figlio che s'è incarnato per salvarti per amore, a quel Dio Spirito che ti ha parlato tante volte per darti desideri buoni per amore. A questo Dio Uno e Trino, che ti ha tanto amato, che ti ha portato sulla mia via, facendoti cieco al mondo per darti tempo di vedere Me, sordo al mondo per darti modo di sentire Me. E tu!... E tu!... Dopo avermi visto e udito, dopo esser liberamente venuto al Bene, sentendo col tuo intelletto che quella era l'unica via della vera gloria, hai respinto il Bene e ti sei liberamente dato al Male.
 
Ma se tu, col tuo libero arbitrio, hai voluto questo, se hai sempre più rudemente respinto la mia mano che ti si offriva per trarti fuor dal gorgo, se tu sempre più ti sei allontanato dal porto per sprofondarti nell'infuriato mare delle passioni, del Male, puoi dire a Me, a Colui dal quale procedo, a Colui che mi ha formato Uomo per tentare la tua salute, puoi dire che ti abbiamo odiato?
 
Mi hai rimproverato di volere il tuo male...
 
Anche il fanciullo malato rimprovera il medico e la madre per le amare medicine che gli fanno bere e per le desiderate cose che gli negano per suo bene.
 
Tanto ti ha fatto cieco e pazzo Satana, che tu non capisca più la vera natura dei provvedimenti che ho preso per te, e che tu possa giungere a dire: malanimo, desiderio di rovinarti, ciò che è previdente cura del tuo Maestro, del tuo Salvatore, del tuo Amico per guarirti?
 
Ti ho tenuto vicino... Ti ho levato dalle mani il denaro. Ti ho impedito di toccare quel maledetto metallo che ti fa folle... Ma non sai, ma non senti che esso è come uno di quei beveraggi magici che destano una sete inestinguibile, che mettono dentro al sangue un ardore, un furore che porta alla morte?
 
Tu, leggo il tuo pensiero, mi rimproveri: "E allora perché per tanto tempo mi hai lasciato essere colui che amministrava il denaro?".
 
Perché?
 
Perché, se te lo avessi impedito prima, di toccare moneta, tu ti saresti venduto prima e avresti rubato prima. Ti sei venduto lo stesso perché poco potevi rubare... Ma Io dovevo cercare di impedirlo senza violentare la tua libertà. L'oro è la tua rovina. Per l'oro sei diventato lussurioso e traditore...».
 
 
^^^^
 
 
Ecco dunque che a questo punto, non grazie alla già citata 'omelia' di Santa Marta ma a quanto ho appreso dalla meditazione e studio dell'Opera mistica valtortiana, sono forse riuscito a farvi comprendere qualche cosa di più sulla famosa 'pecorella smarrita' che - nel caso di Giuda - non era pecorella ma 'lupo', famelico per giunta.
 
Certo, qualcuno potrebbe domandarsi se in definitiva Gesù non avrebbe potuto 'annullare' il Traditore liberandolo da quella sorta di 'incarnazione' satanica.
 
Io, di mio, avrei detto che Il Signore - di norma - non può liberare da una possessione demoniaca una persona che non voglia esserne liberata, e ciò in quanto Dio rispetta la libera volontà della persona.
 
La risposta di Gesù che troviamo nell'Opera è però questa: ''Potevo… ma, per impedire a Satana di incarnarsi per uccidermi, avrei dovuto sterminare la razza dell'uomo avanti la Redenzione. Che avrei allora redento?'[18]
 
In effetti senza Giuda, come ha avuto ragione di spiegare in seguito Gesù agli apostoli dopo la Resurrezione e prima dell'Ascensione, non ci sarebbe stato il Regno di Dio per noi in Cielo (ovviamente per quelli che si sarebbero comportati bene), se prima non avessimo voluto il Regno di Dio in noi con la pratica reale della Legge di Dio e della Parola di Gesù che è il perfezionamento della Legge.
 
Giuda fu amato da Dio ma - come aveva in un'altra occasione precisato il Gesù valtortiano - Giuda '…non ebbe Dio nel cuore ed è per questo che egli è dannato, il dannato deicida, l'infinitamente colpevole come israelita e come discepolo, come suicida e come deicida, oltre che per i suoi sette vizi capitali ed ogni altra sua colpa'.[19]
 
 
Finalmente concludendo, il perdonare a Giuda sarebbe stato un sacrilegio alla Divinità di Gesù da lui tradita.
 

 
   
 
[1] Maria Valtorta: 'L'Evangelo come mi è stato rivelato' - Vol. 2   - Cap. 106.9 - Centro Editoriale Valtortiano
 
 
 
[2] Maria Valtorta: 'I Quaderni del 1944' - 2.1.44 - Pag. 10 - Centro Editoriale Valtortiano
 
 
 
[3] Maria Valtorta: 'L'Evangelo come mi è stato rivelato' - Vol. 6 - Cap. 388.5 - Pag. 202/203 - Centro Ed. Valt.
 
 
 
[4] Maria Valtorta: 'L'Evangelo come mi è stato rivelato' - Vol. 4 - Cap. 237.3 - Pag. 62  - Centro Ed. Valt.  
 
 
 
[5] Maria Valtorta: 'I Quaderni del 1945/1950' - 25.12.1946 - Pag. 283 - Centro Ed. Valt.
 
 
 
[6] Maria Valtorta: 'L'Evangelo come mi è stato rivelato' - Vol. 3 - Cap. 181.7 - Pag. 178 - Centro Ed. Valt.
 
 
 
[7] Maria Valtorta: 'I Quaderni del 1945/1950' - 30.3.49 - Pag. 459/460 - Centro Ed. Valt.
 
 
 
[8] Maria Valtorta: 'I Quaderni del 1944' - 24.9.1944 - Pag. 563 - Centro Ed. Valt.
 
 
 
[9] Walter Kasper: MARTIN LUTERO - Una prospettiva ecumenica - Queriniana Edizioni, 2016
 
 
 
[10] Maria Valtorta: 'L'Evangelo come mi è stato rivelato' - Vol. 5 - Cap. 356.3 e 356.4 - Pag. 414 e 415 - Centro Ed. Valt.
 
 
 
[11] Maria Valtorta: 'L'Evangelo come mi è stato rivelato' - Vol. 5 - Cap. 356.5  - Pag. 416 - Centro Ed. Valt.
 
 
 
[12] Maria Valtorta: 'I Quaderni del 1945/1950' - 16.5.1947 - Pag. 363 - Centro Editoriale Valtortiano
 
 
 
[13] Maria Valtorta: 'L'Evangelo come mi è stato rivelato' - Vol. 10 - Cap. 634.6 - Pag. 374 - Centro. Ed. Valt.
 
 
 
[14] Maria Valtorta: 'L'Evangelo come mi è stato rivelato' - Vol. 10 - Cap. 605.14,15,16 - Pag. 80/82 - Centro. Ed. Valt.  
 
 
 
[15] Maria Valtorta: 'L'Evangelo come mi è stato rivelato' - Vol. 1 - Cap. 70.8 - Pag. 425/426 - Centro Ed. Valt.
 
 
 
[16] Maria Valtorta: 'L'Evangelo come mi è stato rivelato' - Vol. 9 - Cap. 587.3 - Pag. 309 - Centro Ed. Valt.
 
 
 
[17] Maria Valtorta: 'L'Evangelo come mi è stato rivelato' - Vol. 9 - Cap. 567.13,14,15,16,17 - Pagg. 132/137 - C.E.V.
 
 
 
[18] Maria Valtorta: 'L'Evangelo come mi è stato rivelato' - Vol. 9   - Cap. 600.31,32 - Pag. 479/480 - Centro Ed. Valt.
 
 
 
[19] Maria Valtorta: 'L'Evangelo come mi è stato rivelato' - Vol. 10 - Cap. 630.22 - Pag. 309 - Centro Ed. Valt.
 
 
 




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