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Pubblicato da in Omelie di P. Enzo Redolfi ·
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VERITAS
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16 DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - A
Dopo aver spiegato, domenica scorsa, la parabola del buon seminatore, oggi dobbiamo spiegare la parabola del seminatore cattivo, cioè la parabola della zizzania. Domenica scorsa era un messaggio di gioia. Questa domenica è un messaggio di angoscia, anche se la gioia non cesserà mai di manifestarsi. Ciò esprime una eterna verità: che nel mondo vi è il bene, ma anche il male, che nel mondo vi è l'Amico, ma anche il nemico; che nel mondo vi è Dio ma anche l'antidio, cioè Satana. Proprio a causa del contrasto fra queste due realtà soprannaturali, fin che dura il mondo tale contrasto sarà una realtà. La lotta fra bene e male terminerà solamente quando terminerà la storia e con essa l'uomo che la realizza.

Il conflitto fra il bene e il male è un'evidenza. Una triste evidenza della creazione, da quando Lucifero: angelo di luce, diventò Satana: angelo di tenebra. Fu infatti Lucifero, da quando si ribellò a Dio e si vendicò dell'uomo, tentandolo in ogni modo per fargli perdere il paradiso già perduto, che generò il male e, con il male, il dolore e la morte. La parabola del cattivo seminatore, o della zizzania, vuole appunto ribadire questa drammatica realtà e, nello stesso tempo, assicuraci che un giorno il Signore farà giustizia di tutti gli abomini che si commettono sulla terra.

Egli dice: Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro.

Da quando esiste il male? Dall'inizio della creazione, cioè da quando Satana esiste. Fino a quando durerà? Fino a quando il mondo avrà una fine. Come si è formato? Dalla ribellione a Dio. Chi lo ha voluto? Lucifero. E perché lo ha voluto? Per superbia di voler essere come Dio (Libro della Genesi 3,5). Ma se Dio conosce il futuro in anticipo, perché ha permesso che un suo angelo covasse il male? Lo ha permesso, perché, come disse Gesù ai discepoli riguardo al cieco nato: È così perché si manifestassero in lui le opere di Dio (Vangelo di Giovanni 9,3). Infatti Dio può fare del male un bene, cioè fare del bene a chi sa opporsi al male, coronando di gloria immortale il vincitore. Ecco perché dice il Signore: Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro.

L'insegnamento della parabola della zizzania è chiaro: Satana esiste e siamo tutti soggetti alla sua tentazione. Egli odia Dio e coloro che lo ascoltano, perciò tenta in ogni momento di distruggere la sua opera di amore. Si vuole vendicare di Dio, riversando il suo livore sull'uomo, dal momento che Dio è più forte di lui e ama l'uomo. Vendicandosi sulla creatura, Satana si vendica del Creatore e lo costringe a prendere tutti i mezzi per annientare, o almeno alleviare, i danni causati dalla vendetta. In altre parole Satana è riuscito a piegare Dio, imponendogli la salvezza dell'uomo. Mentre, se tutto ciò non fosse accaduto, sarebbe accaduto tutto ciò che era stabilito, cioè la piena felicità della discendenza umana nella felice pienezza del paradiso.

Questa parabola però, pur chiara nel suo significato, nasconde anche un'altra chiarezza che non sempre viene esposta ai fedeli dai predicatori. Tale chiarezza è manifesta in queste altre parole della parabola: "Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania?" Ed egli rispose loro: "Un nemico ha fatto questo". E i servi gli dissero: "Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla?". "No perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura, e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio".

È verità di bene che vi è un'altra chiarezza nell'oscurità del male. E la verità è che il Signore dimostra anche qui la sua perfetta misericordia. Dicendo infatti: Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura, e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio,

Dio rivela tutta la sua bontà. Avrebbe potuto dire di sradicare l'erbaccia cattiva, sollevando quindi il grano dal soffocamento, mentre invece attende pazientemente l'ora della mietitura, quando il tempo sarà compiuto. Dio è così buono che non interviene, lasciando che grano e zizzania crescano insieme, dando tempo alla zizzania di diventare grano e al grano di convivere con la zizzania. Egli attende la fine dei tempi per intervenire e fare giustizia, sperando che nel frattempo i buoni perseverino nel bene e i cattivi si convertano dal male. Ciò spiega come mai Dio non interviene a giudicare ed a castigare i peccatori, lasciando che tutto continui come al solito e dando l'impressione che Egli sia assente o non si interessi delle ingiustizie umane. No. Dio non è cieco e non è assente. Un giorno la sua giustizia si alzerà inesorabile su tutti gli operatori di iniquità, mentre i buoni saranno glorificati e splenderanno come le stelle del cielo.

Il Signore è molto buono, pur essendo perfettamente giusto, e non si comporta come i nostri contadini, ma pazienta e attende in vista della conversione. Ecco le sue parole: Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie (Libro di Isaia 55,6-8).

I nostri contadini lasciano forse che l'erbaccia cresca con il grano, correndo il rischio che esso venga soffocato e che non abbia sufficiente nutrimento? No. Estirpano subito l'erba cattiva e la bruciano. Dio invece attende per amore dei cattivi, correndo il rischio di perdere anche i buoni. Dio non fa come gli agricoltori umani. Egli, Agricoltore divino, è giusto e grande nell'amore, proprio come ricordano le Letture di oggi: Tu giudichi con mitezza; ci governi con molta indulgenza, perché concedi ai tuoi figli la possibilità di pentirsi dopo i peccati … Signore, Dio di pietà, compassionevole, lento all'ira e pieno di amore, Dio fedele.

Solo alla fine, quando il tempo sarà finito, la misericordia esaurita e la prova compiuta, Dio sarà giusto e inesorabile, per dare il meritato premio ai buoni e il dichiarato castigo ai malvagi. Ciò spiega anche il perché della temporanea coesistenza del lievito nella pasta e del granello di senapa nell'orto.

Ringraziamo il Signore che non interviene subito a mettere fine al male, dandoci tempo di convertirci e modo di santificarci. Ma non tentiamo la sua bontà! Non aspettiamo domani, perché il domani potrebbe non arrivare. Togliamo invece la zizzania dalla nostra vita, finché ne abbiamo il tempo: la mietitura è vicina.
BEATI GLI AFFLITTI
O voi tutti che sentite più gravemente il peso della croce, voi che siete poveri e abbandonati, voi che piangete, voi che siete perseguitati per la giustizia, voi sconosciuti nel dolore: riprendete coraggio. Voi siete i preferiti nel regno di Dio, il regno della speranza, della felicità e della vita; siete i fratelli del Cristo sofferente; e con lui, se lo volete, salvate il mondo! (Messaggi del Concilio all'umanità, 7.4)
Dice il Signore: Beati gli afflitti, perché saranno consolati (Vangelo di Matteo 5,4).
Questa seconda beatitudine è proclamata da Gesù non per dare valore alla sofferenza in sé, come se il soffrire fosse un bene, bensì per assicurare che attraverso il dolore, le prove, la povertà, i cataclismi, le malattie, i lutti e tutte le cose tristi della vita, si matura, si spera in Dio, si crede in Lui, si sogna una valle senza lacrime, si giunge a capire il vero significato della storia. È infatti necessario, come dichiara Paolo, attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno dei cieli (Atti degli Apostoli 14,22), poiché servire Dio significa sottomettersi alla prova, non volgersi mai indietro, percorrere la via stretta. È scritto ancora: Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione. Abbi un cuore retto e sii costante, non ti smarrire nel tempo della sventura. Sta' unito a lui senza separartene, perché tu sia esaltato nei tuoi ultimi giorni. Accetta quanto ti capita, sii paziente nelle vicende dolorose, perché con il fuoco si prova l'oro, e gli uomini ben accetti nel colatoio del dolore. Affidati al Signore ed egli ti aiuterà; segui la via diritta e spera in lui. Quanti temete il Signore, attendete la sua misericordia; non deviate per non cadere. Voi che temete il Signore, confidate in lui; il vostro salario non verrà meno (Libro del Siracide 2,1-8).
Beato l'uomo se saprà piangere senza ribellione, senza imprecare contro Dio e senza perdere la fede. Purtroppo il dolore esiste ed è sulla terra, strappando molte lacrime alle creature. Ma il dolore non è una creazione di Dio e non è voluto da Lui. È Satana che ha creato il dolore a causa del peccato, sia di quello originario, sia di quello attuale, e delle loro conseguenze. In molti casi, infatti, non escluse le calamità naturali, le malattie e la morte, è la persona stessa che fa soffrire, covando il male, disobbedendo alla legge divina e mettendo disordine nell'ordine voluto dal Signore.
Le lacrime non sono una menomazione, ma un'occasione di maturazione. L'uomo, infatti, è come un bambino svagato, uno spensierato e un indaffarato, finché il pianto non lo fa adulto, riflessivo, intelligente, saggio. Perciò solo coloro che piangono, o che hanno pianto, sanno capire chi piange; sanno amare i fratelli, capirli nei loro dolori, aiutarli con la loro bontà, esperti di come fa male essere soli nella difficoltà. E sanno amare Dio, perché hanno compreso che alla fine tutto è dolore, fuorché il Signore; hanno compreso che il dolore si placa se posto sul cuore di Dio; hanno compreso che il pianto rassegnato, che non spezza la fede bensì la solidifica, non inaridisce la preghiera e non genera ribellione, anzi cambia natura e, da dolore, diviene consolazione. Sì, come proclama la seconda beatitudine, coloro che piangono, amando il Signore e rimanendogli fedeli, saranno consolati. Egli dice: Beati gli afflitti, perché saranno consolati (Vangelo di Matteo 5,4); Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia (Vangelo di Giovanni 16,20).
Le prove della vita, quando sono vissute con fede e fortezza, possono divenire utili strumenti per maturare umanamente e per crescere spiritualmente, poiché aiutano a capire la nostra vocazione e l'eredità che ci aspetta. Dice l'Apostolo: Non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili sono eterne (Seconda Lettera di Paolo ai Corinzi 4,16-18). Anche la vedova, che offre due spiccioli nel tempio di Gerusalemme, soffriva, perché, oltre ad essere povera, era sola, senza marito e senza figli. Eppure la sua fede non venne meno, anzi si consolidò, sapendo che, alla fine, Dio sarebbe stato il suo eterno bene e la sua ricompensa piena. Dobbiamo perciò anche noi stare solidi nella fede, nonostante le afflizioni della vita, perché alla fine tutto passa e vi è l'eternità. Proclama l'Apostolo: Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi (Lettera di Paolo ai Romani 8,18).
La fede e tutte le altre virtù, se vissute bene, sono i gradini della scala che portano a Dio, come quella mistica scala sognata da Giacobbe (Libro della Genesi 28,12). Ma, per noi che crediamo, anche il dolore può divenire un prezioso mezzo di santità. Esso non è un castigo. Può invece trasformarsi in grazia, facendo della grazia uno strumento di gloria, cioè offrendo al Signore le nostre croci per amor suo: A voi è stata concessa la grazia non solo di credere in Cristo; ma anche di soffrire per lui (Lettera di Paolo ai Filippesi 1,29). Addirittura, noi che crediamo nel vero ed unico Dio, la sofferenza può divenire una gioia, ben sapendo che: Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio (Lettera di Paolo ai Romani 8,28) e Dio premia coloro che concorrono la bene: Considerate perfetta letizia, fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza. E la pazienza completi l'opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla (Lettera di Giacomo 1,2-4); Per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia, nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio. E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza (Lettera di Paolo ai Romani 5,1-4).
Infine, rincuorandoci, dice il capo della Chiesa: È una grazia per chi conosce Dio subire afflizioni, soffrendo ingiustamente (Prima Lettera di Pietro 2,19).
Tutti noi, soffrendo, soffriamo spesso ingiustamente, perché il dolore, pur essendo un castigo per il peso del peccato originale e di quello conseguente, non sempre lo meritiamo, e Gesù ha pagato per noi prendendo sulle sue spalle le nostre sofferenze (Libro di Isaia 53,4). Il dolore, per chi crede, è strumento di santità, perché riscatta, matura, glorifica. Beati perciò quelli che soffrono, perché saranno consolati.



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