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Pubblicato da in Articoli di In Terris ·
Tags: ReferendumRenziCostituzione

“Sì o no” è un vecchio successo di Fiorello e il refrain che da qualche settimana frulla nelle teste degli italiani. Da quando, cioè, la partita per il referendum costituzionale è entrata nel vivo. In gioco non c’è solo il futuro del Paese in cui viviamo ma anche quello della classe politica che ci amministra. Così ha voluto il premier Matteo Renzi, personalizzando la consultazione dopo l’ultimo passaggio parlamentare del ddl, e così sarà, nonostante i tentativi di ridimensionare la questione.
In tanti si sono affannati a spiegare, tra allarmismi e spot elettorali, cosa accadrà in Italia dopo il 4 dicembre a seconda che a vincere sia il Sì o il No. In pochi, però, sono andati sul dato tecnico e cioè quello che dovrebbe interessarci come cittadini. Prima di descrivere i possibili scenari partiamo da una premessa: il sistema attuale. La Costituzione del 1948 si componeva di 139 articoli ma 5 (il 115, il 124, il 128, il 129 ed il 130) sono stati abrogati nel corso degli anni, portando il conto totale a 134. Giuridicamente si parla di una Costituzione “rigida“, nel senso che, per modificarla, è necessario il procedimento “aggravato”,previsto dall’articolo 138.

Diversi gli aspetti che saranno toccati dalla riforma, a partire dal bicameralismo paritario. Oggi deputati e senatori hanno le stesse funzioni. Di conseguenza una legge, per essere approvata, deve essere votata nel medesimo testo da entrambi i rami del Parlamento. C’è poi la disciplina dell’elezione del presidente della Repubblica. La Carta vigente attribuisce tale funzione a entrambe le camere riunite in seduta comune, cui si aggiungono i rappresentanti dei consigli regionali (i cosiddetti “grandi elettori”). Per arrivare a dama è necessario che sulla persona prescelta converga la maggioranza qualificata dei due terzi degli aventi diritto nei primi tre scrutini. Dal quarto si procede a maggioranza assoluta (la metà più uno degli elettori). Ultimo macro settore toccato dalla Renzi-Boschi è quello delle competenze legislative di Stato e Regioni, oggi disciplinate dal titolo V in base al criterio delle materie.
Questo, grosso modo, l’impianto che sarà interessato dal referendum, il cui quesito (oggetto di non poche polemiche) recita: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente ‘disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della Costituzione’?”.  Vediamo, quindi, cosa accadrà nel caso in cui vinca il o laddove dovesse prevalere il No.



Cosa succede se vince il Sì

Una vittoria del comporterebbe l’entrata in vigore della Renzi-Boschi. Le novità più rilevanti riguarderebbero il funzionamento del Parlamento. Il cuore dell’iter legislativo diventerebbe la Camera dei Deputati (630 membri), unica a essere eletta a suffragio universale, a poter votare la fiducia nei confronti del governo e a essere titolare (salvo poche elezioni) del potere di fare le leggi.
Il Senato della Repubblica manterrà la sua nomenclatura ma funzioni e composizione saranno rivoluzionate. Al posto dei 315 eletti direttamente dal popolo siederebbero 95 rappresentanti delle istituzioni territoriali, cioè 21 sindaci e 74 consiglieri regionali.

Proviamo a semplificare:
  • I 21 sindaci sono scelti discrezionalmente dai Consigli regionali
  • I 74 consiglieri sono nominati dagli stessi Consigli ma in base alle preferenze che i cittadini hanno espresso sulla scheda delle Regionali
  • Quest’ultimo meccanismo verrà disciplinato da una legge ad hoc che dovrà essere approvata da entrambe le camere. Sino a quel momento sarà regolato dalla prima disposizione transitoria della Costituzione riformata.
Ai 95 andranno aggiunti i 5 senatori nominati dal presidente della Repubblica per particolari meriti che resteranno in carica per 7 anni e non potranno essere rinnovati e gli ex capi dello Stato, unici a mantenere il ruolo di senatore a vita. Palazzo Madama rappresenterà dunque le istituzioni territoriali e farà da raccordo tra lo Stato Centrale e gli altri enti costitutivi della Repubblica. La competenza bicamerale resta per le leggi espressamente indicate dall’articolo 70, tra cui rientrano quelle di revisione costituzionale. Per il resto potere legislativo ordinario del Senato sarà limitato alla “formazione e attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea” e alla possibilità di chiedere modifiche ai testi approvati. In questo caso se si tratta di leggi inerenti il rapporto tra Stato e Regioni la Camera può respingerle solo con una votazione a maggioranza assoluta. Nelle altre ipotesi può non tener conto delle richieste del Senato. Una funzione dirimente, volta a evitare eventuali conflitti istituzionali, è svolta dai presidenti dei due rami del Parlamento. Il mandato della Camera (salvo scioglimento anticipato) resta fissato in 5 anni, mentre quello del Senato è legato alla durata dei singoli consigli regionali. Di conseguenza, ad esempio, se il consiglio del Lazio dovesse terminare il proprio incarico prima della fine della legislatura i relativi rappresentanti andranno sostituiti. L’immunità parlamentare resta anche nel nuovo Senato mentre le indennità saranno riconosciute solo ai deputati. Infine i cinque giudici della corte Costituzionale di nomina parlamentare non saranno più eletti in seduta comune: 3 spetteranno a Montecitorio e 2 a Palazzo Madama.
Cambia l’elezione del presidente della Repubblica. Nella seduta con cui verrà scelto il capo dello Stato non ci saranno più i delegati dei consigli regionali, visto che il compito di rappresentare gli enti territoriali sarà assolto dal nuovo Senato. A nominare l’inquilino del Quirinale sarà, dunque, il solo Parlamento in seduta comune. Cambiano anche le maggioranze. Vengono confermati i due terzi dei componenti sino al terzo scrutinio. Tra il quarto e il sesto saranno necessari i tre quinti dell’intero corpo elettorale, mentre dal settimo saranno sufficienti i tre quinti dei votanti. Importante: mentre i primi due quorum si calcolano in base a tutti gli aventi diritto, il terzo tiene conto solo di coloro che votano. Di conseguenza se alla settima votazione una o più forze politiche volessero astenersi o non partecipare le altre, con una maggioranza esigua, potrebbero eleggere da sole il nuovo capo dello Stato.
L’altra macro area toccata dalla riforma è quella dei rapporti Stato-Regioni. Tornano di competenza statale l’energia, le infrastrutture strategiche e il sistema nazionale di protezione civile. Inoltre, su richiesta del governo, la Camera potrà approvare leggi anche spettanti agli enti territoriali “quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale“. Vengono poi abolite le province, che già sono state trasformate in enti di secondo livello ma figurano ancora in Costituzione.

Altre novità:
  • Verrà abolito il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel)
  • Per proporre una legge d’iniziativa popolare il numero di firme richieste passerà da 50 mila a 150 mila ma il regolamento della Camera dovrà stabilire tempi precisi per l’esame
  • Verrà introdotta la figura del referendum propositivo (oggi esiste solo quello abrogativo)
  • Cambieranno i quorum dei referendum. Se verrà proposto da almeno 800 mila cittadini la maggioranza non sarà più calcolata sulla base degli aventi diritto ma secondo il numero dei partecipanti all’ultima tornata elettorale
  • Il ruolo di capo dello Stato supplente passerà dal presidente del Senato a quello della Camera
  • Le leggi elettorali saranno sottoposte al controllo preventivo della Corte Costituzionale

Cosa succede se vince il No

Un’affermazione del No farebbe restare in vigore l’attuale Costituzione. Non ci sarebbero, quindi, effetti tecnici. Gli unici risvolti potrebbero essere di natura politica. Matteo Renzi, in un primo momento, ha legato la sua permanenza a Palazzo Chigi all’approvazione della riforma. Successivamente ha provato a correggere il tiro, senza riuscire però a “spersonalizzare” la consultazione, che quindi andrà letta anche come un giudizio degli italiani sull’operato del suo esecutivo.
Alcuni analisti sostengono che la bocciatura della Renzi-Boschi condurrà inevitabilmente alle dimissioni del premier con conseguente crisi di governo. A quel punto la palla passerebbe a Sergio Mattarella che potrebbe battere diverse strade. Il capo dello Stato sembrerebbe preferire quella di un rinvio della questione alle camere per il voto di fiducia. Ma non sono da escludere un governo del Presidente (affidato a una personalità di riconosciuta caratura istituzionale), o un esecutivo tecnico. Queste due soluzioni avrebbero l’effetto di tranquillizzare i partner europei e i mercati internazionali sull’affidabilità dell’Italia e assicurerebbero l’approvazione della legge elettorale entro le fine della legislatura. L’extrema ratio (invocata dalle principali forze di opposizione) sarebbe quella delle elezioni anticipate. Nulla però, in caso di sconfitta, obbliga Renzi a dimettersi. Ogni scenario resta dunque possibile. Diciamo che, in generale, una vittoria del No potrebbe aprire una discussione trasversale sull’opportunità di una riforma condivisa dai maggiori partiti. Ma anche qui siamo nel campo delle ipotesi e, quindi, non andiamo oltre.
In questo articolo abbiamo cercato di essere equidistanti rispetto alle opinioni che sostengono le ragioni del Sì e quelle del No. In Terris ha preferito non prendere posizione e si è fatto portavoce di entrambe. Se volete entrare nel merito del dibattito vi invitiamo a consultare la rubrica Dentro la riforma.



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