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Pubblicato da in Omelie di P. Enzo Redolfi ·
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25 DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO A - 24 SETTEMBRE

Se i sindacalisti ascoltassero questa parabola sarebbero molto arrabbiati per quanto essa propone, perché sembra che a Dio non interessino le opere e lo sforzo che una persona fa per compiere il suo dovere. Dio infatti tratterebbe gli ultimi come i primi, abolendo ogni merito dovuto al personale impegno e interpretando male queste parole del Salmo: Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature.

Sentendo questa parabola, molti potrebbero pensare in cuor loro: "Se Dio agisce così, che senso ha fare il bene e sforzarsi di essere santi? Tanto Egli non tiene conto del lavoro svolto e dà a ciascuno liberamente secondo la propria volontà! Se Dio tratta gli ultimi come i primi e quindi i buoni come i cattivi, non ha senso essere cristiani e praticare la legge divina. Se agisce così con i primi, tanto vale essere ultimi". Così possono a ragione obiettare.

Ma l'insegnamento della parabola non è quello che comunemente viene predicato, cioè che Dio sarebbe talmente buono da accogliere tutti e da perdonare tutti. Ricordiamo che: Giusto è il Signore in tutte le sue vie. Perciò non pensiamo che la parabola degli operai della vigna sia un insegnamento a far niente e a dare spazio ai peccatori. Se infatti è vero che Dio è misericordioso, è altrettanto vero che Dio è giusto. E se è buono con i peccatori, è molto più buono con i virtuosi.

Come spiegare, allora, queste strane parole: Gli ultimi saranno i primi, e i primi gli ultimi? Una prima spiegazione è che prima dobbiamo spiegare queste seconde parole: Il Figlio dell'uomo renderà a ciascuno secondo le sue azioni, proclamate qualche domenica fa dallo stesso Gesù. Infatti, il Signore giudicherà le opere dell'uomo e darà la giusta ricompensa in base a quanto uno ha lavorato nella sua vigna. Ma perché allora dice che gli ultimi saranno i primi?: perché nella vigna del Signore non tutti lavorano allo stesso modo. Se molti dei primi saranno ultimi è perché gli ultimi hanno lavorato più dei primi, nonostante abbiamo avuto poco tempo per impegnarsi.

La giornata lavorativa rappresenta la vita. Molti hanno avuto tanto tempo davanti per acquistare meriti, ma si sono impegnati poco o hanno fatto finta di lavorare. Altri, invece, hanno avuto poco tempo, o perché sono morti presto, o perché si sono convertiti tardi, ma hanno dato tutto di sé e in quel poco tempo consumato hanno operato molto.

Il Vangelo è conciso, e spesso non è facile capirne pienamente il messaggio. Non tutto fu scritto di ciò che disse il Signore, ma solo quello più importante e necessario alla salvezza. Inoltre gli evangelisti non potevano scrivere tutto quello che diceva il loro Maestro, dato che lo stesso Giovanni riferisce: Vi sono molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere (Vangelo di Giovanni 21,25). Il Vangelo è solo una sintesi della vita del Salvatore, anche perché era faticoso scrivere sulla pergamena o sul papiro, ed era altresì abbastanza costoso.

Si parla di operai chiamati al lavoro. Ma sappiamo noi come lavorarono? Sappiamo noi se i primi lavorarono come lavorarono gli ultimi? Può infatti capitare che in due ore alcuni lavorino il doppio degli altri che hanno avuto più tempo. In poco tempo, infatti, alcuni riescono a fare ciò che altri fanno in una giornata intera. Sia considerando il loro impegno e la loro capacità, sia considerando la svogliatezza e pigrizia dei compagni.

Per capire bene la parabola basta dunque completare la finale in questo modo: Molti di quelli che parevano primi saranno ultimi, mentre molti di quelli che parevano ultimi saranno primi.
Come dice il profeta Isaia, Dio non giudica come giudica l'uomo. Dio vede nel segreto e dà con giustizia a ciascuno secondo i suoi meriti. Non sono le parole che contano, ma i fatti: Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli (Vangelo di Matteo 7,21). Dobbiamo guardarci dal pensare che Dio sia così buono da perdonare tutto e da trattare i peccatori come i giusti. No, ognuno renderà conto delle proprie azioni. La giustizia non è annullata. Anzi, Dio è buono perché è giusto. Perciò se Egli dà un denaro agli ultimi, la paga di una giornata lavorativa, tanto più darà ai primi se hanno lavorato come gli ultimi.
Rendiamo grazie al Signore se, nella sua grande bontà, ci ha chiamati nella sua vigna fin dalla nostra giovinezza, e impegniamoci a lavorare con profitto per non essere sorpassati dai ritardatari. Non è mai troppo presto per servire il Signore, ma se indugiamo ancora potrebbe essere troppo tardi.
NON SIAMO IMPEDITI ALLA SALVEZZA

L'apostolo amante, in una delle sue Lettere dice: Dio è amore (Prima Lettera di Giovanni 4,16). Ma, per non confondere l'amore umano carnale con quello divino spirituale, dovremmo usare il termine "carità", tanto caro all'apostolo Paolo, che ha un significato ancora più completo e preciso.
La carità è santità, la carità è perfezione, la carità è vita, la carità è gioia, la carità è armonia e ordine. Non c'è ordine se è turbata l'armonia, non c'è gioia se manca la vita, non c'è perfezione se non c'è santità. Così avviene in tutte le cose, umane e sovrumane. Non potrebbe aversi una musica bella e armonica se i suonatori mancassero all'esatta applicazione delle leggi di tempo e di tono. Anziché una melodia gradevole, ne uscirebbe un discorde fracasso che metterebbe in fuga gli ascoltatori.

Allo stesso modo, non può esserci benessere morale e sociale, se fra gli uomini manca la carità. L'assenza di virtù, infatti, porta allo sfacelo della famiglia, alla corruzione della società, alla rovina della nazione, alla guerra fra i popoli.

Dio, che è amore e perfezione infiniti, creò tutte le cose, dando stabilità e armonia all'universo intero. È scritto: Io ho fatto la terra e su di essa ho creato l'uomo; Io con le mani ho disteso i cieli e do ordini a tutte le loro forze (Libro di Isaia 45,12).

Tale armonia sarebbe continuata senza difficoltà se, con la ribellione di Lucifero, il disordine non avesse turbato i cieli. L'Eden sarebbe rimasto paradiso terrestre per tutti, e l'inferno non sarebbe esistito.
In paradiso, santità, gaudio, amore, vita, armonia, ordine, continuano eterni anche dopo la caduta di Lucifero e dei suoi angeli. Ma quaggiù non è così. Il disordine, la corruzione, il male, il dolore e la morte, causati dal peccato, hanno distrutto l'innocenza e la grazia, la pace e l'armonia, la sapienza e la fede. Il sacrificio di Gesù, fattosi Uomo per redimere gli uomini, ci ha sì ridato la grazia perduta, ma la cicatrice resta e la tentazione pure. È per questo che noi abbiamo sempre la tendenza a compiere azioni disordinate, contrarie al bene e alla legge di Dio.

Come insegna Gesù, ora occorre "usare violenza" per entrare nel regno dei cieli, combattendo il male con tutte le nostre forze: Il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono (Vangelo di Matteo 11,12). Violenza santa contro violenza maligna, perché dal momento del primo peccato il male e il bene si oppongono fra loro e si combattono per sopraffarsi. Perciò Dio ci "tenta" al bene, ma Satana ci tenta al male. Dio ci ispira alla virtù, ma Satana ci lusinga al vizio. Dio ci offre le sue gioie e i suoi doni, ma Satana ci propone i suoi monili. Così deve essere, perché si separino i figli della luce dai figli delle tenebre (Prima Lettera di Paolo ai Corinzi 11,19). Da quando l'infedeltà è entrata nel mondo, l'uomo si trova perciò fra Dio e l'Antidio, fra il bene e il male, e ogni giorno deve fare una scelta.
Tuttavia le conseguenze del primo peccato non sono irreparabili e non sono di impedimento a raggiungere il cielo. Anche se incancellabili sono i segni della colpa, e il castigo del dolore e della morte permane (Libro della Genesi 3,16-19), i cieli non sono chiusi per noi e non ci è negato l'acquisto della piena felicità. Con l'aiuto di Dio che mandò il proprio Figlio sulla terra per riscattare il male e insegnare la via del bene, e con la nostra buona volontà, possiamo ancora aspirare alla gloria del regno celeste.

Le melodie degli angeli che cantavano nella santa notte di Betlemme: Gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà (Vangelo di Luca 2,14) e che noi recitiamo ogni domenica nel Gloria della Santa Messa, non furono solo parole di gaudio e di promessa. Furono anche lezione ai popoli di ogni tempo, per insegnare che per ottenere la pace in terra e in cielo occorre essere "di buona volontà", impegnandoci con tutte le forze ad amare il Signore Dio nostro e il prossimo come noi stessi (Vangelo di Matteo 22,37-40; Libro del Deuteronomio 6,5; Libro del Levitico 19,18). È così che si rendono vane le insidie del demonio e che anzi si fa di esse un'occasione di merito.

Ecco dunque la conclusione della lezione. Le conseguenze del peccato originale non sono di impedimento a raggiungere la salvezza eterna. Con la nostra buona volontà e con la grazia di Dio che ci attira a Sé (Vangelo di Giovanni 12,32), raggiungeremo serenamente i beni della grazia divina e ci renderemo conto della grazia di fare il bene. A noi l'impegno di vincere il male, con la spada della buona volontà, per entrare nella Vita: Al vincitore darò da mangiare dell'albero della vita, che sta nel paradiso di Dio (Libro dell'Apocalisse 2,7).



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